Il Venezuela nove mesi dopo la liberazione di Trentini: «Non è cambiato nulla, ci sono ancora 328 prigionieri politici»
Il cooperante veneziano è intervenuto per raccontare il sistema repressivo nel paese in cui è stato detenuto per più di 400 giorni: «Ecco come funziona la macchina repressiva del governo di Caracas»

A nove mesi di distanza dalla liberazione di Alberto Trentini e dalla deposizione di Nicolas Maduro, in seguito al blitz degli Usa ordinato da Donald Trump, la situazione in Venezuela per i detenuti politici è tutt’altro che migliorata.
Tra civili e militari, sono 328 oggi le persone imprigionate nelle carceri di Caracas con accuse strumentali e dettate da motivazioni politiche.
Dopo Maduro
Lo certificano i numeri delle associazioni umanitarie citate dallo stesso Trentini nel corso dell’incontro organizzato da Articolo 21 nella Sala Laguna del Lido di Venezia, in occasione della Mostra del Cinema, dal titolo “Il conto aperto dei diritti umani nel Venezuela del post Maduro”.
“Il mio conto con quel carcere non è chiuso, è solo cambiato”, ha esordito lo stesso Trentini, “non posso dimenticare chi è ancora dentro, rinchiuso. Il regime è ancora lì, sono cambiati solo i vertici”.
Il cooperante veneziano, nel corso della sua presentazione, ha spiegato come funziona la macchina repressiva del governo venezuelano. A cominciare dai servizi segreti che si rendono responsabili di veri e propri sequestri di persone, poi trasportate senza alcun avvocato difensore se non quello incaricato dallo Stato davanti ad un giudice, statale a sua volta, che muove le accuse nei loro confronti. Un sistema arbitrario e oppressivo.
“Nel mio caso, il mio avvocato dopo il mio arresto era lo stesso per altri 51 detenuti”, ha raccontato Trentini, “la giustizia viene usata come arma politica. E il carcere del Rodeo è il terminale di questa macchina repressiva”.
Le torture
Trentini ha raccontato delle forme di tortura bianca che vengono perpetrate all’interno del carcere: isolamenti, privazioni sensoriali, cancellazione dell’identità personale tramite l’uso di nomi diversi da quelli di battesimo per chiamare i detenuti.
“Vendetta politica, retorica del nemico interno, ricatto diplomatico: è questo il sistema utilizzato dal regime”, ha spiegato Trentini, citando il caso di tre detenuti che lui ha conosciuto di persona (Arley Danilo Espitia Lara, Evan Antonio Rincon Pineiro e Otoniel José Guevara Pérez) le cui storie differenti sono accomunate dagli stessi soprusi e dalla stessa arbitrarietà del sistema giudiziario venezuelano.
“In Venezuela non esiste la pena di morte, il massimo della pena è di 30 anni, ma anche il minimo”, ha aggiunto Trentini, “dopo il finto cambio di regime di gennaio, il sistema ha cambiato pelle ma non sostanza. L’oblio in quelle carceri è la vera condanna a morte: ho assistito a detenuti la cui pena stava per finire e su cui sono state inventate false accuse di evasione pur di comminare una nuova condanna a dodici anni”.
La situazione attuale in Venezuela è stata anche affrontata dal giornalista venezuelano del Fatto Quotidiano, Estefano Tamburrini: “In questi mesi sotto la facciata non è cambiato nulla e anche la legge di amnistia è stata usata come ricatto. Al governo importa solo la conservazione del potere e rendere conto solo a Washington, come dimostrano i recenti accordi sul petrolio. Oggi i militari per strada sorridono, gli Usa controllano le infrastrutture e tutto è rimasto uguale a prima”.
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