Alberto Trentini alla Mostra del Cinema: «Sto scrivendo un libro sul carcere in Venezuela. Tornerò a fare il cooperante»

Il quarantaseienne veneziano parla nuovamente in pubblico a distanza di nove mesi dalla sua liberazione dal carcere El Rodeo I, dove è rimasto come detenuto politico per 423 giorni

Eugenio Pendolini
Alberto Trentini, al centro, insieme a Ottavia Piccolo, Alberto Barbera e Beppe Giulietti
Alberto Trentini, al centro, insieme a Ottavia Piccolo, Alberto Barbera e Beppe Giulietti

I 423 giorni di carcere duro a Caracas, come prigioniero politico del dittatore Maduro, l’hanno provato nel corpo ma non nello spirito. Alberto Trentini tornerà a prendersi cura degli altri, come ha sempre fatto. Ma non subito. Prima dovrà finire di fare i conti con la violenza del regime venezuelano che per più di un anno gli ha strappato di dosso la sua libertà e l’ha relegato in un carcere di massima sicurezza come detenuto politico. Per fare questo, Alberto Trentini, il cooperante umanitario del Lido di Venezia liberato a gennaio scorso, sta scrivendo un libro.

«Parlerà della mia esperienza, certo, ma soprattutto della situazione in cui si trovano oggi 328 detenuti politici nelle carceri del regime, che da inizio anno ha cambiato pelle ma non sostanza».

Il quarantaseienne veneziano ha parlato - per la prima volta in pubblico nella sua isola - all’iniziativa organizzata da Articolo 21 e da Giuseppe Giulietti nella sala Laguna, dal titolo “Il conto aperto dei diritti umani nel Venezuela del post-Maduro” durante i giorni della Mostra del Cinema. Accanto a lui, oltre alla mamma Armanda, anche Ottavia Piccolo, Alberto Barbera e il giornalista del Fatto Quotidiano Estefano Tamburrini.

 

L'intervista al cooperante Alberto Trentini: "Pedine di scambio nella diplomazia degli ostaggi"

Durante l’incontro si è parlato della macchina repressiva del governo venezuelano, costruita con la privazione dei diritti fondamentali e con l’uso della giustizia come forma di arma politica. Un meccanismo criminale centralizzato di cui il carcere El Rodeo I, nel quale Trentini è stato detenuto, è considerato «il terminale finale» nel quale perpetrare forme di tortura bianca a suon di isolamenti in celle minuscole, cancellazione dell’identità personale e privazione.

Trentini, come mai ha deciso di parlare oggi alla Mostra?

«Perché ci sono ancora 328 detenuti politici in Venezuela, il regime ha cambiato pelle ma non sostanza. Tante famiglie sono ancora in angoscia. Il Venezuela ha stipulato accordi petroliferi ma la macchina repressiva resta la stessa. La situazione resta pessima e merita tutta l’attenzione internazionale possibile».

Ha contatti con le famiglie di chi è ancora in quel carcere?

«Ce li ho, cerco di informarmi sulle condizioni di quelli che definisco i miei fratelli. Nei limiti del possibile cerchiamo di rimanere in contatto, cerchiamo di inviare dei libri per farli entrare nelle mura del carcere».

Continuerà il suo impegno come cooperante?

«Al momento sono fermo, preso un anno sabbatico. Sto scrivendo un libro. La mia intenzione è il prossimo anno di riprendere il lavoro da cooperante ma devo ancora convincere mia madre a darmi il passaporto».

Non ha mai avuto incertezze sul riprendere il suo lavoro?

«No, mai. Ma è un lavoro complesso e bisogna stare bene per tornare ad essere lucido ed efficiente in contesti difficili. Credo di essere riuscito ad elaborare bene quello che è successo. Ho scritto e continuo a scrivere, questo mi ha aiutato molto».

Cosa le viene in mente se torna indietro a quei giorni?

«Finire in una struttura come quella mi aveva gettato nella disperazione. Siamo stati usati nella politica della diplomazia degli ostaggi, pedine di scambio con i relativi paesi di provenienza».

In Venezuela arrivava la vicinanza della comunità veneziana?

«Il sistema del Rodeo I è fatto per isolarti completamente dall’esterno, la mia sensazione a pelle era di abbandono. Le pochissime telefonate mi avevano fatto capire la campagna di sensibilizzazione in corso».

Com’erano le condizioni in carcere?

«Celle di 4 metri per 2,con una latrina, acustica pessima, niente corrente. Condizioni disumane. Ho condiviso la cella con il mio tassista che è stato 15 mesi per la sola colpa di avermi portato in macchina. Non ho potuto leggere o scrivere, non avevamo diritto ad avere nulla se non un bicchiere di plastica e un cucchiaio di plastica. Prendevo appunti sul muro con un pezzetto di muro tanto per tenere il conto dei giorni e delle date importanti. Non sono stato vittima di violenze fisiche, se non si considera stare inginocchiato con il cappuccio sotto il sole. Ho subìto violenze psicologiche».

Cosa l’ha aiutata a restare vivo?

«Radio-carcere è stata molto utile, quel sistema di informazioni che circolavano tra i detenuti. Spesso troppo ottimistiche, ma confrontandole con quelle della propaganda in carcere, si riusciva a darci un orizzonte di speranza. La propaganda consiste in una trasmissione televisiva di quattro ore in cui si commentano le notizie della stampa internazionale attraverso gli occhi del regime. A volte scappavano qualche notizia interessante che noi riuscivamo a carpire».

Che effetto le ha fatto tornare a casa?

«E stato impattante, infatti mi sono nascosto le prime tre settimane. Ho sempre vissuto discretamente, non sono abituato a questa notorietà. Se sono tornato a parlare, è per le persone che sono ancora dentro e non certo per parlare di me».

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