Caso Lavitola, Ranucci rompe il silenzio a Udine: «Sono stordito, sento che è innocente»
Il giornalista di Report sul colle del Castello per UdinEstate nel giorno della svolta sull'attentato alla sua casa: «Era una fonte, ha pranzato con i miei figli. Ma ho fiducia totale nei Carabinieri e nei magistrati»

Il palco è quello del Castello di Udine, cornice di UdinEstate. Ma prima che si accendano le luci dello spettacolo, Sigfrido Ranucci parla dell’attualità più delicata della sua vita. Nelle stesse ore in cui l’inchiesta sull’attentato dinamitardo davanti alla sua abitazione registra una svolta investigativa, con l’iscrizione nel registro degli indagati di dell’imprenditore Valter Lavitola, il giornalista Rai arriva in città con “Diario di un trapezista”, il monologo teatrale in cui racconta il volto meno conosciuto del cronista d’inchiesta: le scelte, i rischi, i dubbi e gli episodi che hanno accompagnato tanti anni di giornalismo, mostrando il prezzo personale pagato in nome della libertà di informazione.
E prima di salire sul palco, Ranucci per la prima volta nel capoluogo friulano, ha rivelato anche un suo desiderio: «Voglio tornare a visitare Udine con calma».
Quale messaggio lascerà al pubblico udinese con “Diario di un trapezista”?
«È innanzitutto un racconto sul prezzo che si paga per la libertà d’informazione, un tema che purtroppo resta sempre di grande attualità. Ma è anche un omaggio a tutte le persone che, con le loro scelte, hanno contribuito al successo delle mie inchieste. E soprattutto ai miei maestri, Roberto Morrione e Milena Gabanelli, che hanno creduto in me come giornalista d’inchiesta».
In queste ore l’indagine sull’attentato subito in ottobre ha registrato una svolta con l’iscrizione nel registro degli indagati di Valter Lavitola, ritenuto dagli inquirenti il presunto mandante. Come ha accolto questa notizia?
«Mi ha lasciato stordito. Dal 2019 ho un rapporto di conoscenza con Lavitola, nato dopo che era stato oggetto di alcune nostre inchieste. È stato anche una fonte importante per diversi lavori di Report. Forse è scattata una sorta di sindrome di Stoccolma, una specie di innamoramento del “boia”. Quello che mi colpisce è leggere lo stupore di alcuni colleghi per il fatto che ci frequentassimo, sia perché Lavitola frequentava molti giornalisti, anche più importanti di me, sia perché quegli stessi colleghi che si s tupiscono andavano a cena da lui. Mi sembra un atteggiamento piuttosto ipocrita»,
Lei ha dichiarato che Lavitola non avrebbe mai fatto del male a lei e alla sua famiglia.
«È una convinzione che nasce dal rapporto umano che abbiamo avuto. È stato a casa mia, ha pranzato con la mia famiglia e con i miei figli. Questo è ciò che sento. Allo stesso tempo ho una fiducia assoluta nel lavoro del Nucleo investigativo dei carabinieri di Roma e Frascati e della Procura di Roma. Mi rimetto completamente alle loro conclusioni».
Il tema delle minacce ai giornalisti resta centrale. Quanto è grave oggi la situazione?
«Bisogna fare quadrato. L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di giornalisti minacciati: oltre settecento. Dal Dopoguerra sono stati uccisi trenta giornalisti e ventotto magistrati. È un prezzo altissimo. E poi penso ai quasi trecento colleghi uccisi a Gaza durante il conflitto: un numero che non ha precedenti nella storia delle guerre. Difendere la libertà d’informazione significa anche restituire dignità al lavoro giornalistico, a partire dalla sigla del contratto con la Federazione nazionale della stampa, il rinnovo ormai manca da anni».
Quali sono i racconti più forti che il pubblico ascolta durante lo spettacolo?
«La parte più intensa riguarda il rapporto tra informazione e guerra. Parlo dell’utilizzo del fosforo bianco e di come gli Stati reagiscono quando vengono raccontate certe verità nei contesti bellici. Ma racconto anche i tentativi della politica di ostacolare la libertà di stampa quando le inchieste riguardano chi governa. Per esempio, nella tappa di Verona parlerò della vicenda che mi ha coinvolto con Flavio Tosi, tra tentativi di spionaggio e denunce».
Ogni serata cambia anche in base alla città che la ospita?
«Sì. Quando ci sono temi che toccano particolarmente il territorio, cerco di approfondirli. Mi piace dialogare con il pubblico e avvicinarmi alle sensibilità delle persone che ho davanti».
Sono quasi vent’anni a Report. Che bilancio traccia?
«Report è nato nel 1997 e il prossimo anno compirà trent’anni. Io sono arrivato nel 2006, prima come coautore e da dieci anni anche come autore e conduttore. È stato un impegno faticosissimo, ma anche il più bello della mia vita. È qualcosa che conserverò dentro di me come si custodiscono le proprie cose più preziose in uno scrigno».
Se potesse tornare indietro rifarebbe tutto?
«Assolutamente sì. Come diceva il mio direttore, nessuno potrà mai toglierci ciò che abbiamo ballato. È un proverbio del tango argentino che invita a vivere senza paura e senza rimpianti. La teoria del trapezista, invece, è quella di afferrare il trapezio successivo proprio quando senti di essere diventato un bersaglio: significa continuare a fare inchieste ancora più forti».
Qual è stato il momento più difficile della sua carriera?
«I momenti complicati ritornano ciclicamente. Anche quello che sto vivendo oggi non è semplice: ci sono richieste di risarcimento molto pesanti, l’inchiesta sull’attentato e le conseguenze delle numerose querele accumulate negli anni. A volte il peso diventa davvero notevole».
E quello più bello?
«L’affetto della gente. Quando una persona ti chiede semplicemente di abbracciarla è qualcosa che emoziona profondamente. Viviamo in un’epoca in cui spesso le persone evitano perfino di guardarsi negli occhi, quindi un gesto del genere vale tantissimo».
C’è un incontro che porta ancora nel cuore?
«Un ragazzo una volta mi guardò negli occhi e mi chiese: “Che cosa le servirebbe per essere felice?”. È una domanda che mi ha spiazzato. Ma il ricordo più intenso resta quello di una madre che mi consegnò la lettera della figlia, mancata a causa tumore, che in punto di morte aveva voluto ringraziarmi per il mio impegno verso il bene comune. In quel momento capisci che fare giornalismo per la collettività può davvero lasciare un segno».
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