Primo maggio “nazionale” a Marghera: per un’altra “rivoluzione industriale”

A Porto Marghera i leader di Cgil, Cisl e Uil celebrano il Primo Maggio ripercorrendo un secolo di storia industriale: dalla nascita del polo fino alla crisi del modello produttivo e alla difficile riconversione ambientale ed economica

Filippo Tosatto
Porto Marghera, cent’anni di industria: Primo Maggio tra memoria operaia, crisi e transizione verde
Porto Marghera, cent’anni di industria: Primo Maggio tra memoria operaia, crisi e transizione verde

​​La scommessa industriale e il primato petrolchimico, le lotte operaie e l’ambiente avvelenato, lo sradicamento delle fabbriche, la ripartenza ad ostacoli.

Cent’anni dopo il decollo del primo polo metallurgico e navale, i leader sindacali nazionali di Cgil, Cisl e Uil convergeranno a Porto Marghera per un Primo Maggio di memoria e speranza. Un secolo di storia economica e sociale ad un battito del cuore da Venezia, un progetto radicale senza precedenti nel Paese. Concepito da Piero Foscari, deputato della destra liberale, realizzato dall’élite finanziaria veneziana - Giovanni Volpi di Misurata, Giovanni Stucky, Nicolò Papadopoli Aldobrandini - con l’avallo della Banca Commerciale Italiana e il robusto sostegno dello Stato.

Corre il 23 luglio 1917, l’annus horribilis di Caporetto, quando il governo Boselli autorizza la Società Porto Industriale all’avvio dei lavori nell’area paludosa dei Bottenighi, espropriando nel contempo un quarto del territorio di Mestre: è il prologo alla bonifica dei terreni lagunari (oltre quindici milioni di metri quadrati strappati al “salso”), all’escavo di canali artificiali, alla costruzione di reti stradali e raccordi ferroviari.

Un disegno ambizioso e controverso quello di Volpi, influente tecnocrate nel Ventennio fascista, deciso a «sospingere Venezia nei tempi moderni» superandone l’esclusiva vocazione turistica. Che diventa realtà negli anni Venti, con la nascita del primo cantiere (Breda), l’inaugurazione del Canale Vittorio Emanuele tra la stazione marittima e Marghera (1922), l’apertura al traffico di merci e materie prime (1926), l’insediamento di una cinquantina di stabilimenti preceduto dall’accorpamento al capoluogo dei quattro comuni investiti dagli impianti. Che attinge alla manodopera rurale e procede per gradi.

Dapprima le lavorazioni di base, la distillazione del carbon fossile e la produzione di vetro, i fertilizzanti e gli anticrittogamici, le raffinerie, i depositi di oli minerali. In seguito, a partire dagli anni Trenta, lo sviluppo della meccanica, i metalli non ferrosi, l’ammoniaca sintetica per concimi e il ventaglio di produzioni minori che si valgono della centrale termica più potente nel circuito nazionale.

Duramente bombardati nel secondo conflitto mondiale, gli stabilimenti sono rapidamente ricostruiti e sorge anzi una seconda zona industriale, attraversata dal canale culminante nella Bocca di Malamocco.

Un boom frenetico e per molti versi selvaggio (il rialzo del piano campagna includerà l’interramento di rifiuti tossici) che moltiplica la popolazione a Mestre (90 mila abitanti), Marghera (25 mila) e nei borghi limitrofi di Favaro, Zelarino, Chirignago. Un’espansione di ciminiere e fonderie che garantisce profitti colossali ai monopolisti e negli anni Sessanta si traduce in duecento aziende attive con 40 mila lavoratori (dal proletariato urbano ai “metalmezzadri” provenienti dalla provincia) per un transito annuo superiore ai 7 milioni di tonnellate, invidiato dai maggiori terminal europei. È l’età del conflitto nell’oasi rossa del Veneto bianco: scioperi massicci, lotte unitarie per un salario equo (le «cinquemila lire uguali per tutti»), difesa della salute, denuncia dell’inquinamento.

Toni Negri, Massimo Cacciari, Gianni De Michelis: Potere operaio che mobilita gli studenti ai cancelli e sfida il riformismo della sinistra storica. Il miraggio della “terza zona siderurgica”, persino, progettata su tremila ettari, rimasta sostanzialmente sulla carta, che si aggrappa al record di traffico marittimo (1974) ma già sconta l’inversione di tendenza dei primi anni Ottanta.

Un decennio insanguinato dagli omicidi di Sergio Gori e Giuseppe Taliercio, dirigenti del Petrolchimico, vittime delle Brigate Rosse; sgretolato negli assetti societari produttivi. È il declino di un modello gigantista, simboleggiato dal processo ai “Signori della chimica”, imputati per la morte di 157 lavoratori di Montedison ed Enichem, esposti agli effetti cancerogeni del cloruro di vinile monomero.

Fino alla storia recente, alla profonda, faticosa, transizione in atto: la Zona logistica semplificata (2020) istituita per favorire il rilancio con incentivi fiscali e amministrativi, lo spegnimento della torcia nella raffineria nel 2023, l’incompiuta bonifica del suolo contaminato. Così i grandi gruppi cedono il passo, il terziario avanza e l’occupazione arretra a 12 mila addetti con 120 aziende spalmate su 2mila ettari. Così le rappresentanze dei lavoratori respingono la «monocoltura turistica» in nome di una «manifattura sostenibile».

Così Maurizio Landini, Daniela Fumarola e Pierpaolo Bombardieri si apprestano a celebrare una Festa nel segno del “lavoro dignitoso” contrapposto a sfruttamento, precariato, deregulation. La nuova frontiera di Porto Marghera, attesa dall’ennesima rivoluzione. 

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