Quando il mostro è in casa: «Gli abusi dentro le famiglie sono colpa delle relazioni tossiche»

La psicoterapeuta e criminologa Antonella Baiocchi analizza il caso della coppia arrestata, docente e giornalista in carriera: «Molte violenze accadono nell’ambiente domestico, dove il minore dovrebbe sentirsi protetto»

Valentina Calzavara
La criminologa Antonella Baiocchi
La criminologa Antonella Baiocchi

Un giornalista in carriera e una professoressa di liceo. Due insospettabili, finiti in manette con un’accusa pesantissima: pedofilia. Un fatto sconvolgente. Perché è sotto a un’apparente normalità che questa coppia di adulti, accusata di abusi e produzione di materiale pedopornografico, avrebbe agito.

«Una vicenda che suscita indignazione, sgomento e impone una riflessione sulle radici psicologiche e culturali della violenza sui minori. Occorre non limitarsi alla sola dimensione criminale del gesto, bisogna andare più in profondità» evidenzia Antonella Baiocchi, psicoterapeuta e criminologa, autrice del libro “Abusi sui minori: il ruolo devastante dell’Analfabetismo Psicologico e del mancato riconoscimento della bidirezionalità della violenza” (Alpes Italia Editore).

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Professoressa Baiocchi, il contesto familiare è chiamato in causa: c’è una madre che avrebbe dovuto proteggere la figlia e che invece è accusata di essere un “mostro” nei confronti della bambina e di due nipotini, come è possibile?

«Una delle prime verità difficili da accettare riguarda il contesto in cui avvengono le violenze. La casa viene percepita come il posto più sicuro, ma per molti bambini può trasformarsi nel luogo più pericoloso, perché è lì che si concentrano dinamiche relazionali disfunzionali, rabbia, frustrazione e bisogno di dominio. Le ricerche internazionali e italiane ce lo confermano: la maggior parte degli abusi sui minori avviene nell’ambiente domestico, spesso ad opera di persone che dovrebbero proteggere il bambino: genitori, parenti o figure di fiducia».

Cosa ci insegna la vicenda venuta a galla nel Trevigiano?

«La violenza relazionale non è agita soltanto dagli uomini, ma può essere perpetrata anche dalle donne, perfino dalle madri. La violenza non è una questione di genere, bensì il prodotto di una cultura relazionale tossica – ciò che definisco analfabetismo psicologico – che compromette la capacità di gestire le relazioni e i conflitti in modo sano. Nelle sue manifestazioni più estreme, questa forma di analfabetismo porta a normalizzare la violenza, a compiere atti gravissimi senza percepirne pienamente la portata distruttiva e a non avere più il discernimento morale che ci fa distinguere ciò che è giusto da ciò che è deleterio. Un fenomeno ingiustificabile ed estremamente insidioso che, spesso, associa la violenza fisica a quella psicologica, fatta di umiliazioni, svalutazioni, manipolazioni emotive che restano invisibili e difficili da riconoscere».

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Quali sono le conseguenze?

«La tendenza a prevaricare i soggetti vulnerabili per imporre le proprie esigenze quando ci si trova in una posizione di potere è un fenomeno che ho definito debolicidio, ossia l’annientamento del vulnerabile da parte di chi, in posizione di potere, non è in grado di promuovere il “reciproco rispetto”. I minori sono i vulnerabili per eccellenza: completamente dipendenti dagli adulti e impossibilitati a difendersi. Rappresentano il bersaglio più esposto alle dinamiche di dominio».

Come si fa prevenzione?

«La vera prevenzione degli abusi sui minori non passa soltanto dalle leggi o dalla repressione penale. Passa soprattutto dalla diffusione di competenze psicologiche e relazionali, che insegnino alle persone a gestire emozioni, conflitti e relazioni senza trasformarle in terreno di dominio. Perché, quando manca l’alfabetizzazione psicologica, si indebolisce il discernimento, e il prezzo più alto lo pagano sempre i più vulnerabili». —

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