Lavoro e algoritmi, Perulli sul caso Investcloud: «L’AI regolata è una questione di civiltà»

Il giuslavorista Adalberto Perulli avverte: «L’intelligenza artificiale è una rivoluzione che va regolata per tutelare dignità e centralità del lavoro umano»

Daniele Ferrazza
Adalberto Perulli
Adalberto Perulli

«Regolamentare l’Ai è una necessità etica, checché ne dicano in Silicon valley dove vedono le norme come fumo negli occhi. L’intelligenza artificiale non è una innovazione tecnologica come tutte le altre: è molto più pervasiva e radicale nelle sue applicazioni e nella sua diffusione di qualunque altra innovazione mai introdotta nella storia umana». Adalberto Perulli, ordinario di diritto del lavoro a Ca’ Foscari, è severo - non tanto sulla vicenda in sè - quanto sul fenomeno generale destinato a produrre effetti nei prossimi anni.

«Sono assolutamente convinto che l’impiego della AI nel mondo del lavoro debba essere regolamentato, a maggior ragione quando in gioco c’è l’umanesimo. Non si tratta di combattere l’algoritmo, ma il diritto può condizionare certi processi».

Che cosa pensa della vicenda di InvestCloud?

«Non conosco il caso specifico, ma mi ha colpito il passaggio nel quale l’azienda fa riferimento a un beneficio di produttività derivante dalla AI. E’ una motivazione chiave, non è una mera delocalizzazione: mi fa pensare che vi sia un impianto organizzativo dove l’AI viene usata in chiave sostitutiva dell’attività umana. Parlo naturalmente senza conoscere i dettagli».

Cosa sta cambiando nel mondo del lavoro a causa della AI?

«Domanda per un sociologo, non per un giurista. Nessuno conosce l’evoluzione di questo fenomeno. Noi giuristi, di solito, arriviamo a normare una situazione già in essere. Tuttavia ritengo che questo strumento, proprio per la sua potenza sostitiva di qualunque lavoro, vada fortemente regolamentato: è una necessità etica e una battaglia di civiltà, soprattutto quando c’è di mezzo la persona umana».

Abbiamo regole sufficienti in questo momento?

«Il diritto del lavoro nella attuale conformazione non è adeguato ad affrontare l’impatto sulla organizzazione del lavoro».

Qual è l’impianto normativo esistente?

«In campo giuridico sta crescendo una discussione per arrivare a una definizione anche normativa, comincia insomma a esserci un dibattito all’interno della comunità scientifica che certamente produrrà degli effetti. La direttiva Ue del 2024 sul lavoro mediante piattaforme è molto importante, ma altre ne seguiranno».

Esiste una giurisprudenza legata all’impiego della Ai nel mondo del lavoro?

«Qualche anno fa il tribunale di Bologna ha condannato un’azienda che aveva usato un algoritmo per licenziare alcuni lavoratori che avevano accumulato un certo numero di assenze. Ma l’algoritmo non aveva calcolato che alcune di queste assenze erano dovute a sciopero o malattie, e dunque i licenziamenti sono stati revocati. In certi casi l’uso di un algoritmo può diventare altamente discriminatorio».

Tuttavia l’uso della Ai è ormai molto diffuso. Come fermarlo?

«Pochi giorni fa, dialogando con un collega avvocato, mi ha raccontato che taluni colleghi usano l’Ai per compilare pareri legali, indicando l’uso di questa tecnologia in calce. Francamente non sono d’accordo: il ruolo dell’uomo, del professionista, deve restare assolutamente centrale. Per questo il diritto ha un ruolo essenziale nel condizionare certi processi». —

 

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