Omicidio Regeni 10 anni dopo, parla Manconi: «La verità, nonostante tutto»

Il sociologo, ex senatore e presidente dell’associazione A Buon Diritto, ripercorre la vicenda che ha seguito fin dall’inizio. «La disfatta istituzionale e la forza della mobilitazione collettiva»

Paola Bolis
Giulio Regeni a Cambridge
Giulio Regeni a Cambridge

L’omicidio di Giulio Regeni resterà rubricato nella storia della nostra Repubblica come «una disfatta istituzionale e una grande prova della potenza della mobilitazione collettiva».

Dice così Luigi Manconi, sociologo, ex senatore e presidente dell’associazione A Buon Diritto, ripercorrendo una vicenda che ha seguito fin dall’inizio - anche in veste di presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani di Palazzo Madama - al fianco della famiglia del ricercatore. Una vicenda sfociata in un processo - quello ai quattro 007 egiziani - dal valore «politico, simbolico e morale enorme», a prescindere da quello che ne sarà l’esito giudiziario.

Manconi, nel gennaio 2017 - giusto un anno dopo il delitto - lei disse che «il sacrificio e la forza d’animo dei genitori di Giulio e i movimenti di piazza non devono costituire un alibi per il governo e per il Parlamento, che devono fare di più per arrivare alla verità». Che effetto le fa oggi quella frase?

«Non posso che confermarla. La determinazione e l’intelligenza dei genitori di Regeni e dell’avvocata Alessandra Ballerini si sono mantenute intatte nel perseguimento della verità e della giustizia, e così la mobilitazione di tanti. Ma l’inerzia delle istituzioni e in ispecie del governo italiano non è stata sostituita nel frattempo da una capacità politico-diplomatica all’altezza di una questione tanto drammatica. In tutti questi dieci anni, con i diversi governi, l’Italia ha preso una sola iniziativa: richiamare il proprio ambasciatore. Iniziativa che se non altro alludeva a un inevitabile stato di crisi delle relazioni diplomatiche con l’Egitto».

Era l’aprile del 2016.

«Sì. Poi, alla vigilia del Ferragosto 2017, l’ambasciatore è stato serenamente rinviato al Cairo».

L’allora ministro Angelino Alfano definiva l’Egitto «partner ineludibile» per porre l’accento sul contesto di quel rinvio.

«Sì, ma questa definizione è stata spesso accompagnata da una forma ulteriore di sbracamento, quando il dittatore al-Sisi veniva citato da più esponenti di governo come “un amico dell’Italia”, con un realismo politico a dir poco straccione. Roma è stata ripetutamente mortificata dal regime egiziano. Ma in dieci anni nulla è stato fatto sul piano delle relazioni economiche, industriali, finanziarie, culturali, nemmeno sportive per esercitare una qualche efficace pressione».

Il sentiero era stretto: da un lato l’omicidio Regeni, dall’altro gli interessi geopolitici ed economici da coltivare dinanzi a un Paese chiave su più fronti nello scacchiere mediorientale.

«Nessuno chiedeva una dichiarazione di guerra, né la rottura permanente dei rapporti diplomatici. Si chiedeva alle istituzioni italiane di affermare i principi fondamentali della autonomia e della sovranità di uno Stato democratico come il nostro, ovvero pretendere da un altro Stato il rispetto dei diritti fondamentali della persona. Si chiedeva insomma una postura indipendente, una capacità di difendere al tempo stesso i propri interessi economici e l’incolumità e i diritti dei propri cittadini all’estero. È impresa difficile, certo. Servivano azioni di condizionamento che comunque dessero all'Italia una forza contrattuale nei confronti di quello che, sì, è inevitabilmente un suo alleato. Ma è invece emerso un atteggiamento totalmente rinunciatario di subalternità, di incapacità di farsi rispettare da un Paese che ci si ostinava a definire amico. Un atteggiamento che può essere definito solo con la categoria di inerzia».

Neanche l’Europa ne frattempo ha fatto sentire la propria voce.

«Mi sono dato da fare perché si muovesse. Mi è stato risposto con argomentazioni cavillose tutte concentrate su competenze, limiti della possibilità di intervento, necessità di non confondere i ruoli politici e quelli istituzionali. Risposte cortesi ma meramente formali sia dalla commissione per i diritti umani del Parlamento europeo, sia dall’Alto commissariato per gli Affari esteri».

Perché quella per la verità su Giulio Regeni viene percepita come una battaglia di sinistra, anche se in dieci anni si sono susseguiti governi di diversi colori?

«Motivo elementare: la destra sembra totalmente insensibile a qualunque battaglia per i diritti umani fondamentali».

Giulio Regeni è rimasto vittima anche di un sistema universitario, quello inglese, che non lo ha saputo tutelare?

«Certamente sono emerse delle contraddizioni e vi sono stati degli elementi non perfettamente limpidi. Ma non sono in grado di formulare un giudizio definitivo».

Quale valore ha il processo che si è aperto a Roma?

«Non posso prevederne l’esito giudiziario, ma il ruolo politico simbolico è enorme. E sì, possiamo affermare che la tenacia della famiglia Regeni e dell’avvocata Ballerini, e il lavoro della magistratura, si sono sostituiti all’azione governativa».

Cosa ci lascia il caso Regeni?

«Tante cose. Giulio era l’esponente di una generazione di ragazzi dell’Europa - per riprendere un verso di Gianna Nannini - composta da adolescenti e giovani curiosi del mondo e delle sue ricchezze culturali, sociali, intellettuali, capaci di oltrepassare le frontiere vecchie e nuove con grande fantasia e talento vivacissimo. Una generazione di cittadini che si ispirano a valori universali e che oggi costituiscono l’unica e vera risorsa del nostro invecchiato continente, e l’unica promessa di futuro».

Giulio come simbolo dunque?

«Più di un simbolo: l’incarnazione di valori che costituiscono il fondamento della nostra civiltà. E un’altra lezione ci lascia questa vicenda: il fatto che anche di fronte a una incolmabile sproporzione di forze, battersi per la verità e la giustizia è possibile. E la vittoria o la sconfitta si misurano sui tempi lunghi e sui mutamenti che lavorano sotterraneamente nella sensibilità collettiva».

E quindi, come definire il caso Regeni, dieci anni dopo?

«La verità. Nonostante tutto».

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