Così le mafie si stanno riorganizzando in Veneto
La strategia: meno ostentazione e meno riconoscibilità dei gruppi, ma una crescente capacità di inserirsi nei circuiti ordinari dell'economia attraverso imprenditori, professionisti e relazioni locali

Il recente deposito della sentenza della Corte di cassazione sulla operazione denominata Taurus - una maxi-inchiesta antimafia che ha colpito, nel 2020, un gruppo di 'ndrangheta attiva nel Veronese - è il sigillo sul lavoro di contrasto alle mafie in Veneto della Procura veneziana.
L'impianto accusatorio ha retto in questa inchiesta come, sostanzialmente, nelle altre portate avanti dalla Procura. Sono passati sei anni dagli arresti di Taurus ed è venuto il momento di domandarsi, dopo la stagione delle grandi inchieste antimafia che hanno svegliato il Veneto dal torpore, cosa stai effettivamente accadendo sia sul fronte criminale che su quello dell'antimafia.
È possibile oggi ricostruire una nuova geografia criminale dopo quella tracciata ormai quindici anni fa e confermata dalle inchieste successive?
I principali protagonisti, come gli esponenti della famiglia Giardino, i loro satelliti e i loro sponsor si sono prudentemente ritirati. Esibire in pubblico la loro compagnia non è né prudente né profittevole. Si può senz'altro dire che nel veronese si stanno facendo avanti con il compito di riarticolare le attività economiche soprattutto nel campo edilizio, famiglie presenti nel territorio da tempo – ma meno appariscenti, se così si può dire – e con confermati agganci politici. E in zona forti preoccupazioni tra gli inquirenti riguardano gli investimenti in infrastrutture turistiche sul Lago di Garda. Propaggini di gruppi colpiti dalla repressione in questi anni, con collegamenti con la 'ndrangheta reggina, sono attivi nell'alto vicentino così come nel trevigiano e a Mestre personaggi contigui alla cosca Morabito paiono attivi nell'apertura di esercizi commerciali grazie a solidi relazioni con professionisti locali.
Una recente inchiesta per fatture false ha colpito imprenditori edili della Bassa padovana che hanno operato anche in collaborazione con importanti imprese locali. Inchieste analoghe hanno riguardato altri soggetti per i quali sono stati ipotizzati collegamenti con la criminalità organizzata, relazioni che tuttavia non sono emerse nei procedimenti, concentrati sulla contestazione del singolo reato.
È un elemento che pone una domanda sulla fase successiva alla stagione delle grandi inchieste antimafia: che cosa accade quando un'organizzazione viene colpita, i suoi protagonisti diventano più prudenti e le relazioni costruite nel territorio continuano invece a funzionare?
L’esperienza di Dolci
È anche per questo che la nuova stagione della Procura veneziana sarà interessante da osservare. Alessandra Dolci arriva dalla Lombardia, dove ha guidato per anni la Direzione distrettuale antimafia di Milano e ha maturato una solida esperienza nel contrasto alla presenza della ’ndrangheta nell'economia legale. Un'esperienza particolarmente significativa per il Veneto, perché proprio in Lombardia si è visto con chiarezza come la presenza mafiosa possa trasformarsi: meno ostentazione e meno riconoscibilità dei gruppi, ma una crescente capacità di inserirsi nei circuiti ordinari dell'economia attraverso imprenditori, professionisti e relazioni locali.
È un passaggio che richiama una delle questioni centrali degli studi di Rocco Sciarrone sul radicamento mafioso al Nord: la mafia non coincide necessariamente con l'organizzazione criminale che la magistratura riesce a individuare e colpire. Una parte del suo radicamento sta nelle relazioni economiche e sociali costruite nel territorio, che possono sopravvivere alla repressione o essere riutilizzate da nuovi protagonisti. La domanda, dopo Taurus, è dunque se la nuova stagione dell'antimafia sarà in grado di leggere anche questa trasformazione: comprendere la mafia non soltanto quando si presenta con i suoi simboli e i suoi uomini, ma quando diventa parte, quasi invisibile, del normale funzionamento dell'economia.
È possibile allora ricostruire una nuova geografia criminale del Veneto? Probabilmente sì, ma è una geografia diversa da quella tracciata quindici anni fa. Meno fatta di presenze riconoscibili, famiglie e territori e più di relazioni, affari e connessioni. Una geografia, insomma, nella quale per capire dove sia la mafia non basta più chiedersi chi siano i mafiosi, ma occorre capire con chi fanno affari, chi li accompagna e quali relazioni riescono a costruire nel territorio.
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