Frizioni su fondi e diritti tv: la battaglia nel ciclismo tra politica e pedali

Commissariata la Lega professionisti. Durante l'era Pella premi equiparati tra uomini e donne, sette milioni dallo Stato e più corse femminili

Laura Berlinghieri

Un’iniezione da 7 milioni di fondi statali per il triennio 2025-2027. La creazione da zero della Coppa Italia delle Regioni. L’inserimento della categoria femminile in tutti i tornei. E, non bastasse questo, l’equiparazione del valore dei premi tra uomini e donne, quando prima il rapporto era di cinque a uno.

Queste le tappe dell’“era” di Roberto Pella – biellese, classe 1970, sindaco e deputato di Forza Italia – alla guida della Lega del Ciclismo Professionistico. «Un vulcano di idee», lo definisce chi lo conosce.

Troppe, l’accusa del suo alter ego nella Federazione Ciclistica, Cordiano Dagnoni. Infastidito dalle continue ingerenze di Pella nel mondo dilettantistico, di competenza del suo organismo, del quale – c’è chi lamenta – la Lega era divenuta quasi un’associazione ombra.

E dunque Pella: uno che la guida del pedale professionistico italiano l’ha sempre interpretata a suon di nuovi progetti e iniziative, di asticelle sempre più alte da superare. E di risorse (tante) da distribuire tra le associazioni del territorio. Era il tentativo di salvare una disciplina che sta vivendo una nuova primavera ad esempio in Veneto, ma che altrove è in caduta libera, insieme al numero di tesserati. Scalata dell’uomo e dello sport in generale. Fino alla suggestione del superamento del confine – leggerissimo agli occhi dei profani, quando in realtà è tutt’altro – che porta alla Federazione, la casa del ciclismo “tutto”, e non del solo professionistico, che è appannaggio della Lega.

E allora Dagnoni, da buon pistard, ha staccato il potenziale rivale, levandogli direttamente la bicicletta. Avveniva a fine giugno.

Culmine di una battaglia che, fino ad allora, si era limitata alle lettere, pur di fuoco. Fino alla rottura del cerimoniale: commissariato Pella e tutta la sua squadra. E quindi Giuseppe Saronni, designato dalla Federazione, e Roberto Ciambetti: volto noto della politica veneta, già assessore e presidente del Consiglio regionale alla corte di Zaia. Ora prestato – gli incarichi nella Lega sono tutti pro bono – alle due ruote.

Mentre non sono in prestito i consiglieri della Federazione e i suoi organi di gestione, i cui «compensi e indennità» sono lievitati in un anno da 36 a 300 mila euro. Altra grana che ha investito Dagnoni, accusato di essersi gonfiato lo stipendio (o, meglio, le provvigioni). Ma questa è un’altra storia.

Intanto, al commissariato Pella – «in ragione delle ripetute e gravi violazioni delle norme federali e della convenzione scritta il 13 agosto 2024», si legge nella nota diffusa dalla Federazione – è subentrato Mauro Capone, generale dell’Arma dei carabinieri. Potrebbe guidare questo “purgatorio del ciclismo” per altri due anni, fino alle elezioni naturali, in programma nel 2028, a meno che Dagnoni non decida di anticipare la nuova nomina. La terza alternativa, meno probabile: il tackle della giustizia, anche sportiva.

Ma su questo Pella e i suoi non contano troppo; più allettati, piuttosto, dalla nuova corsa dal sapore di rivincita, che non ammette un terzo tempo.

Questa la politica. Che però sfila accanto a un mondo incolpevole – semplicemente, quello del ciclismo – che pure di queste schermaglie con nomi e cognomi rischia di essere vittima. Perché il pretesto di questa storia individuale sono i soldi collettivi: i fondi e le sponsorizzazioni che Pella, in questi due anni di mandato, è riuscito indubitabilmente a garantire alla Lega, grazie anche ai contatti di alto livello guadagnati nelle stanze della politica romana.

Denaro che non si è tradotto in un aiuto concreto al movimento, è replica di Dagnoni. In ogni caso, soldi che, con lo stallo attuale, rischiano di sparire dal tavolo.

Oppure, quelli che rimangono, di essere utilizzati dai due organismi per farsi la guerra in tribunale; anziché in investimenti, soprattutto per il settore giovanile, che è quello in maggiore sofferenza.

E non c’è soltanto la questione economica. Ma a essere messa a rischio è pure la gestione dei calendari di gara. E poi l’organizzazione delle corse professionistiche minori e la ripartizione dei diritti televisivi. Vittime collaterali di uno scontro fratricida che non fa prigionieri, nemmeno tra i ragazzini del pedale.

 

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