I missili di Teheran e il ritardo dell'Europa: perché serve subito una difesa comune

Vettori ipersonici in meno di dieci minuti e 418 miliardi spesi in modo frammentato: l'analisi sui rischi della minaccia iraniana e la necessità di investire in tecnologia

Marco ZatterinMarco Zatterin
Colonne di fumo si alzano in seguito alle esplosioni causate dai missili sparati su Teheran
Colonne di fumo si alzano in seguito alle esplosioni causate dai missili sparati su Teheran

Un missile balistico standard come il Khorramshahr o il Sejjil può arrivare dall’Iran all’Italia in un tempo compreso fra i 10 e i 15 minuti. Un vettore ipersonico di nuova generazione, il Fattah che può viaggiare a Mach 10 e oltre, ce la fa in meno di dieci minuti. Un razzo più ordinario da crociera, o un drone kamikaze che costa poche migliaia di dollari, possono impiegare dalle tre alle dieci ore.

Nessuno sa se le minacce di Teheran contro gli alleati degli Usa siano una sbruffonata o una cosa seria. Possiamo anche immaginare che stiano solo millantando, anche perché colpendo un Paese della Nato si finirebbe a un passo dalla Terza guerra mondiale, quella che Papa Francesco vedeva già scoppiata «a pezzi» nel 2014. In realtà la crescita degli scenari di conflitto e la situazione grama delle relazioni internazionali invita a chiedersi se, al punto in cui siamo arrivati, far finta di niente non possa risultare temerario.

La sensazione diffusa è che la miglior difesa non sia l’attacco bensì la difesa stessa. Fatta bene, però. Nel 2025 gli Stati dell’Unione europea hanno speso 418 miliardi per armare i propri eserciti – il 2,4 per cento del prodotto interno lordo aggregato e il 20 per cento in più rispetto all’anno precedente – con 134 miliardi di nuovi investimenti. Sono soldi inevitabili per tutelare le vite umane, ma sottraggono preziose risorse alla spesa sociale. In assenza di correttivi, si producono così più armi e meno tutele per i più deboli. È necessario trovare un modo perché lo squilibrio sia corretto e non diventi un generatore di crisi.

I Paesi che fanno parte della Nato si sono votati a portare l’impegno militare al 3,5 per cento del Pil con un esborso aggiuntivo di 45 miliardi l’anno sino al 2035, stimano gli analisti del Mes, l’istituzione più odiata dalla destra italiana (e non solo della destra). Al punto in cui siamo, i Ventisette sborsano la metà degli Usa, il doppio della Cina, quasi tre volte la Russia. Ma i nostri eserciti, avvertono all’unisono gli esperti, sono potenzialmente meno micidiali di Pechino e Mosca e, soprattutto, hanno un livello tecnologico inferiore.

La guerra è «un fallimento politico, morale e spirituale», avverte Papa Leone. È un crimine totale, peggiorato dall’evoluzione che non la fa essere un orrore diverso da come era una volta: per combattere servono i computer, non i carri armati. La minaccia che pende su di noi è quella di un conflitto ibrido e intermittente destinato a colpire la popolazione in modo quasi casuale. Basterebbe un missile che superasse gli scudi stellari ogni settimana a scatenare il panico nelle democrazie che, giustamente, avevano pensato di aver archiviato ogni ostilità come un demone del passato. Nel caso iraniano, dobbiamo essere in grado di fermare un vettore armato in dieci minuti combinando sistemi antimissile, satelliti e aviazione. È un compito che richiede una qualità tecnologica di altissimo profilo.

In realtà siamo indietro. I paesi di casa Ue utilizzano una dozzina di tank differenti contro il modello unico americano. Lo stesso avviene per i jet da combattimento e le navi da battaglia, simbolo di una parcellazione che ci indebolisce di fronte a tutti i presunti possibili aggressori del Pianeta. In sostanza ci sveniamo per la Difesa ma restiamo sguarniti. Ancora lo scorso anno il 40 per cento del bilancio militare dell’Ue era assorbito da stipendi e pensioni, mentre ricerca e sviluppo incassava solo il 3 per cento del totale (stima ancora del Mes). Troppo poco, in particolare se è vero che l’industria della difesa ha una produttività e un rendimento superiore alla media delle altre.

I cittadini sono inquieti. Il capo economista della Bce, l’irlandese Philip Lane, ha ammesso che il numero delle banconote in circolazione nella Ue dilaga nonostante la diffusione capillare degli strumenti di pagamento elettronici. I biglietti nelle nostre tasche sono 31 milioni, dato che si confronta con i 24 milioni del pre-pandemia. L’aumento, dicono gli esperti, è collegato all’ansia crescente per le guerre e al timore di attacchi informatici sui sistemi di pagamento online e contactless. Sempre più persone si tengono i soldi a casa per paura di perderli. Non è un buon segno.

I soldi ci sono, quelli che mancano si possono trovare se solo l’obiettivo è chiaro. Non è tanto necessario che l’Europa spenda di più, quanto che lo faccia in modo più organizzato, cercando di non mettere in secondo piano le esigenze sociali, sanitarie e culturali: è un obiettivo fattibile con economie di scala e piani collettivi. L’Italia ha saggiamente prenotato i fondi a dodici stelle di Safe (14, 9 miliardi, nel caso), cosa che hanno fatto più o meno tutte le capitali. I partner di Bruxelles finiranno per accomodare le esigenze di bilancio di chi programma e investe bene.

Non sappiamo davvero se l’America trumpiana ci lascerà cadere se saremo attaccati dall’Iran (o dalla Russia), ma è certo che se cadremo nella trappola della frammentazione l’orizzonte si farà buio. La difesa comune, sempre in seno al più grande perimetro della Nato, ha l’aria di essere l’unico strumento in grado di offrire una qualche garanzia minima davanti ai conflitti possibili, interni ed esterni. Bisogna pensare a come ipoteticamente fermare i missili di Teheran, insidia a cui si risponde con “più satelliti europei e meno marescialli nazionali”. Con tutto il rispetto dovuto ai marescialli.

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