Stefano Ceccanti e le ragioni del Sì: «Separazione delle carriere e Alta Corte completano il giusto processo del 1999»

Il costituzionalista dell’ala riformista dem avverte: «Bocciare una riforma giusta per colpire la Meloni sarebbe autolesionismo. Il sorteggio nel Csm? Meglio delle correnti-cordate»

Carlo BertiniCarlo Bertini
Stefano Ceccanti
Stefano Ceccanti

«Molti, anche del Pd, votarono No nel 2016 contro Renzi. Il risultato è che le istituzioni non riformate sono peggiorate, basti vedere come si è ulteriormente involuto il nostro bicameralismo, soppresso di fatto, senza avere un Senato delle Regioni».

Stefano Ceccanti è un costituzionalista autorevole, fa parte dell’ala riformista del Pd che si batte per il Sì e non accetta la motivazione di chi vota No per indebolire il governo Meloni, pur essendo d’accordo nel merito della riforma. «I governi e le opposizioni restano, mentre la Costituzione rimane. Pensiamo al bene di lungo termine del Paese e restiamo al merito. Meloni si può giustamente bocciare l’anno prossimo alle politiche, ma bocciare una riforma giusta sarebbe autolesionismo. La Costituzione del resto ci dà due schede diverse per distinguere referendum ed elezioni».

Ma ritiene corretto fare decidere al popolo una riforma che cambia diversi articoli della Costituzione senza una discussione vera in Parlamento?

«Gli articoli modificati sono solo tre, 102, 103 e 105, il resto è coordinamento formale, ma mi consenta di dire che in realtà è un’applicazione, un completamento della riforma condivisa che si fece nel 1999. Allora si scrisse che un processo è giusto quando il giudice è terzo tra le due parti. Ma se è terzo, non ci può essere un Csm unico con l’arbitro terzo e una sola squadra. Per non parlare poi della Corte disciplinare già oggetto della Commissione Paladin e che era nel programma del Pd nel 2022. Si doveva discutere sul come non sul se. Ma la maggioranza ha blindato il come e l’opposizione è tornata indietro rimettendo in discussione il se. Entrambi si sono sottratti al confronto vero, nel merito. A questo punto secondo Costituzione sono gli elettori che decidono. Il testo comunque migliora lo status quo perché fa quelle due scelte giuste e a suo tempo condivise».

C’è qualche punto che non va nella riforma anche secondo i sostenitori del Sì?

«Il superamento del Csm unico e l’Alta Corte sono le due innovazioni necessarie per completare il giusto processo, patrimonio di entrambi gli schieramenti, che rinviarono nel 1999 il completamento della riforma ad una fase successiva in cui non vi fosse più lo scontro tra Berlusconi e i Pm di Milano. Ci sarebbero state scelte più convincenti del sorteggio, come l’elezione in collegi uninominali, ma l'Anm si è opposta; allora il sorteggio è sempre meglio dei sistemi elettorali che abbiamo avuto, che hanno trasformato le correnti dei magistrati in cordate».

Ritiene che il clima di tensione possa influire sulla campagna referendaria, passata in secondo piano rispetto alla guerra in Medio Oriente? Al di là del merito, ci può essere un riflesso sul voto?

«A priori non saprei fare previsioni e neanche francamente mi interessano, perché la campagna elettorale che facciamo noi di ‘Libertà Eguale-Sinistra del Sì’ è sul testo della riforma, quello che è destinato a durare, mentre il contesto cambia continuamente».

Lo scontro verte più sul Csm nominato a sorte che sulle carriere separate. Giusto fare una riforma contro il volere di una categoria che non si vuole far giudicare dal primo che capita?

«L’Anm era anche contro la riforma dell’articolo 111 della Costituzione nel 1999, perché era contraria a che il termine ‘Parte’ usato per gli avvocati fosse usato senza problemi anche per i pm. Ma allora tutte le forze politiche, pur ascoltando, decisero poi in senso diverso. Il sostantivo ‘Parti’ fu mantenuto per entrambi e nessun aggettivo diverso sminuisce questo elemento comune. Ascolto sì, accettare veti no. Anche il Pci voleva esercitare un potere di veto sulla scala mobile nel 1985 ma fu sconfitto da un vasto schieramento, a partire dalla Cisl di Carniti».

Creare un super Pm non porterà giocoforza a limitarne il potere ponendolo nel tempo sotto il controllo della politica?

«Premesso che la critica sul Pm coi superpoteri è opposta a quella della dipendenza dal Governo, in realtà non c’è né l’una né l’altra. C’è un Csm a maggioranza dei magistrati requirenti, che potrà decidere sulle loro carriere, ma non più anche su quella dei giudici, che ne avranno uno loro. Ciò consentirà maggiore pluralismo ed equilibrio nell’ordine giudiziario, consentendo in particolare a gip e gup di poter dire dei no ai Pm in totale serenità».

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