L'Amerigo Vespucci a Trieste, parla il sacerdote di Grado a bordo: «A poppa per ricordare il Titanic»
Il racconto di don Gianni Medeot dalla traversata atlantica lungo la rotta di Colombo fino all'arrivo nel golfo di Trieste

In prossimità del punto dove nel 1912 affondò il Titanic, tutti a poppa per commemorare le persone che perirono nel tragico affondamento: il momento più commovente della traversata atlantica dell’Amerigo Vespucci. Da sempre, a bordo dei velieri c’è un sacerdote.
E su nave Vespucci, che da giovedì sarà a Trieste in occasione della Barcolana, il cappellano militare è un sacerdote di Grado, don Gianni Medeot. E tramite la sua voce si può raccontare cosa significhi oggi ricoprire questo ruolo su un grande veliero. Il Vespucci è partito da Genova il 9 maggio. Dopo le Canarie, gli alisei lo hanno accompagnato lungo la rotta di Colombo fino a Baltimora.
Da lì, insieme alle navi scuola a vela di numerose Marine straniere, ha raggiunto New York per prendere parte alle celebrazioni del 250° anniversario dell’Independence Day. Boston, dove si è imbarcato don Gianni, ha segnato l’ultima tappa negli Stati Uniti, prima di fare rotta ancora più a nord verso il Canada. Il tour mondiale Amerigo Vespucci – Campagna in Nord America 2026 è un’iniziativa del ministero della Difesa e della Marina militare, prodotta da Difesa Servizi Spa, inserita nel programma ufficiale delle celebrazioni per i 250 anni dell’Indipendenza degli Stati Uniti.
Dunque, don Medeot, l’oceano: ma avete anche risalito un fiume.
«Sì, è stata la volta del San Lorenzo (in America del Nord, ndr), che abbiamo risalito in cinque giorni. Prima di affrontare la navigazione fluviale è stata necessaria la complessa manovra dello scrociamento degli ultimi due pennoni e dello sghindare gli alberi di maestra e trinchetto, così da consentire al Vespucci di passare sotto i numerosi ponti che attraversano il fiume. È stata una navigazione molto diversa da quelle oceaniche: lungo le rive scorrevano piccoli villaggi e caratteristiche abitazioni tradizionali, fino all’arrivo a Québec City e poi a Montréal, dove ci ha accolto una numerosa comunità italiana».
Quindi il rientro verso l’Europa...
«Anche il viaggio di ritorno verso l’Europa ci ha regalato un momento particolarmente intenso. La rotta ci ha portati nell’Atlantico, nelle acque legate alla tragedia del Titanic. Abbiamo percorso le circa 15 miglia che separano il punto della collisione con l’iceberg da quello in cui riposa il relitto, insieme alle vittime del naufragio, tra le quali 37 italiani. Proprio in quelle acque ci siamo riuniti a poppa e, durante l’ammainabandiera solenne, abbiamo commemorato chi perse la vita quella notte. Dopo le Azzorre la campagna è proseguita verso Cadice e quindi nel Mediterraneo, con soste di Cagliari, Napoli e Venezia. Infine ecco Trieste per la Barcolana».
Quale il significato per lei dell’approdo a Trieste?
«Per me sarà un momento particolarmente emozionante. Passare vicino a Grado con nave Vespucci significherà ritrovarmi a bordo di una delle navi più conosciute al mondo, sulle stesse acque che normalmente solco con la mia piccola barca (la Torsiolona, una batela a fondo piatto con la vela al terzo, nda)».
Qualche difficoltà durante la traversata?
«Le traversate oceaniche durano più di 20 giorni: le considero un vero e proprio ritiro spirituale, utile per purificarsi dall’uso smisurato di internet e social e riscoprire la fraternità con l’equipaggio tutto. Non abbiamo vissuto particolari criticità in mare, a parte un momento di forte pioggia e vento quando eravamo ancorati alla fonda davanti a Sandy Hook, una baia antistante New York: ho potuto sperimentare la preparazione dell’equipaggio con un perfetto lavoro di squadra«.
Don Gianni è anche cappellano dell’Accademia navale di Livorno...
«Tra i circa 400 membri dell’equipaggio ci sono anche 163 allievi della 1.a classe dell’Accademia Navale di Livorno, che sto accompagnando in quella che per loro rappresenta la prima vera esperienza a bordo: il tradizionale battesimo del mare. Dopo nove mesi trascorsi insieme in Accademia, ormai li conosco bene e spesso mi basta uno sguardo per capire chi sta attraversando un momento di difficoltà. Per me stellette e gradi sono soprattutto simboli di appartenenza alla Forza armata: qualunque sia il grado attribuito a un cappellano, la sua funzione resta sempre quella del sacerdote. Nel mio caso, l’equiparazione al grado di comandante è uno strumento che mi consente di muovermi e operare con maggiore efficacia all’interno della gerarchia militare, senza cambiare la natura della mia missione».
Come si svolge la giornata a bordo per un cappellano militare con il grado di capitano di corvetta?
«L’Ordinario militare per l’Italia, monsignor Gianfranco Saba, ha affermato che “il cappellano che porta gradi e stellette è accolto e considerato parte della grande famiglia delle Forze armate, pur mantenendo la sua specificità. Ogni mondo ha le sue regole e il suo linguaggio. Se funzionano e svolgono un ruolo utile nella comunicazione del gruppo, perché cambiarle?” La mia giornata a bordo ruota attorno ad alcuni punti fermi. Il primo è la messa quotidiana; poi c’è tutto il tempo dedicato all’ascolto e al sostegno delle persone. Rimango a disposizione per confessioni, colloqui o, più semplicemente, per accogliere lo sfogo di chi sente il bisogno di parlare. Vivere in tanti, per lunghi periodi e in spazi necessariamente ristretti, non è sempre facile. A volte basta una preoccupazione personale o una notizia inattesa da casa per incrinare la serenità di una persona. È proprio in questi momenti che la presenza del cappellano assume un significato particolare. Cerco di vivere questo compito seguendo le parole del cardinale Bagnasco: essere “presente, visibile e propositivo”, senza mai chiudermi nel mio camerino, ma condividendo il più possibile la vita quotidiana dell’equipaggio».
In quanti siete a bordo?
«Siamo all’incirca 400 membri dell’equipaggio tra ufficiali, sottufficiali e marinai, compresi i 163 allievi della 1ª classe dell’Accademia Navale di Livorno».
Di questi, quanti partecipano alle messe?
«La partecipazione alla messa quotidiana è in linea con quella che si può trovare nelle nostre parrocchie, forse persino leggermente più alta. La domenica, però, la celebrazione assume un carattere particolare: la presenza numerosa degli allievi, del coro e dell’equipaggio rende quel momento ancora più sentito e partecipato. Nave Vespucci, del resto, non ha soltanto il compito di formare gli allievi dell’Accademia Navale: rappresenta l’Italia nel mondo, diventa una vera ambasciatrice itinerante sui mari. Uno dei momenti più significativi è la santa messa celebrata sul cassero nelle domeniche trascorse nei porti esteri. In quelle occasioni invitiamo anche la comunità italiana locale e non è raro incontrare persone che si avvicinano con grande emozione, felici di poter partecipare nuovamente a una celebrazione in italiano dopo molti anni. Sono momenti che coinvolgono anche le rappresentanze istituzionali: ambasciatori, consoli e personale delle nostre sedi diplomatiche. Talvolta a presiedere l’Eucaristia è il Nunzio apostolico del Paese che ci ospita o il vescovo della diocesi locale. La messa diventa così non soltanto un momento religioso, ma anche un’occasione di incontro capace di riunire, attorno alla nave, italiani che vivono lontano dal proprio Paese».
Ma dove celebra le funzioni religiose?
«Il luogo della celebrazione cambia a seconda delle condizioni del mare, del tempo e del giorno della settimana. La domenica, quando siamo in navigazione e il meteo lo permette, celebro la messa sul cassero o in un punto della coperta riparato dal vento e dal sole. Quando il Vespucci naviga a vele spiegate, la suggestione è davvero particolare: mi sembra di celebrare all’interno di quella che amo chiamare la cattedrale del mare. Durante la settimana, invece, ci riuniamo nella piccolissima cappella di bordo, uno spazio intimo e raccolto che in questo periodo assume anche un significato speciale. Fino all’11 marzo 2027 infatti il Vespucci è stato elevato a chiesa giubilare in occasione del centenario della costituzione dell’Ordinariato militare per l’Italia. Un riconoscimento che consente ai fedeli di ottenere l’indulgenza plenaria concessa da Papa Leone XIV».
Qual è il momento più atteso nella vita di bordo?
«Uno dei momenti che sento più intensamente nella vita di bordo è quello dell’ammainabandiera. In navigazione, il rito è preceduto dalla lettura della motivazione di una Medaglia d’oro al Valor militare e si conclude con la recita della Preghiera del marinaio. Sono parole semplici, scritte da Antonio Fogazzaro che a bordo acquistano un significato molto concreto: riportano il pensiero agli affetti lasciati a terra, alle nostre case e al senso stesso del nostro essere in mare. C’è un passaggio che, ogni volta, riesce a esprimere tutto questo con particolare intensità: “Benedici, o Signore, le nostre case lontane, le care genti. Benedici, nella cadente notte, il riposo del popolo. Benedici noi che per esso vegliamo in armi sul mare. Benedici”».
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