Gemona, le storie di chi ha vissuto il terremoto cinquant’anni dopo: «Il dolore non ci ha mai lasciati»

Dai ricordi dei sopravvissuti agli “angeli di Guasticce” arrivati in Friuli per aiutare dopo il sisma del 1976: a Gemona una giornata di memoria, lacrime e amicizie nate tra le macerie.

 

Chiara Dalmasso, Alessandra Ceschia, Edoardo Di Salvo

A cinquant’anni dal terremoto del Friuli, Gemona continua a stringersi attorno ai suoi ricordi più dolorosi. E lo fa attraverso le voci di chi quella sera del 6 maggio 1976 l’ha vissuta sulla pelle, portandone ancora oggi il peso, le immagini e gli affetti spezzati.

Tra le testimonianze più toccanti c’è quella del vicesindaco di Gemona, Flavia Virilli, presente alla commemorazione soprattutto come “madrina del 3° Reggimento Artiglieria Terrestre e della Fanfara brigata alpina Julia”, ruolo ereditato dalla madre Giuseppina Cargnelutti, scomparsa nel 2018. Una figura che per tutta la vita si è battuta per custodire la memoria dei militari caduti durante il sisma. Virilli, visibilmente commossa, ha ricordato la madre al termine della Messa, tra le lacrime di molti presenti.

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Il dolore di quella notte riaffiora anche nell’abbraccio fra Giulio Ragalzi e Giuseppe Turchetti, rimasti a lungo insieme in vicolo Pascottini, quasi a cercare parole mai dette in mezzo secolo. Ragalzi ricorda ancora la sorellina Monica, travolta da una pioggia di sassi mentre correva verso la piazza. «Un ricordo mai sbiadito – racconta – che quest’anno sento ancora più forte». Turchetti, quella sera, perse invece la madre Santina e le sorelle Francesca e Paola, che si trovavano insieme a Monica. «Sento ancora la loro presenza, che non mi ha mai abbandonato», confida oggi.

Annamaria Marchetti ed Emanuele D'Aronco
Annamaria Marchetti ed Emanuele D'Aronco

Anche Annamaria Marchetti ed Emanuele D'Aronco custodiscono una memoria rimasta intatta. Si erano sposati da appena un mese e stavano andando a trovare la madre di lei a Gemona. Emanuele era entrato in gelateria, Annamaria lo aspettava in auto quando tutto iniziò a tremare. “Ho pensato che fosse la fine del mondo”, racconta ancora oggi con la voce spezzata dall’emozione.

Da Vittorio Veneto è arrivato anche Luigi Battistini, che il terremoto lo sfiorò da vicino: avrebbe dovuto iniziare il servizio militare a Tolmezzo proprio in quei giorni, ma la partenza venne rinviata dopo il sisma. «Conoscevo tanti colleghi che erano alla Goi Pantanali. Due di loro, miei compagni di scuola, morirono sotto le macerie. Oggi sono qui per ricordarli».

Luigi Battistini
Luigi Battistini

E poi ci sono gli “angeli di Guasticce”, ragazzi poco più che adolescenti che nel 1976 lasciarono tutto per raggiungere il Friuli e aiutare la popolazione colpita dal terremoto. Avevano 16, 17, 18 anni quando, attraverso le parrocchie e la voglia di rendersi utili, si organizzarono per partire in treno da Livorno fino a Gemona del Friuli. Da lì proseguirono a piedi verso il campo di lavoro di Trento, dove rimasero per settimane, dividendosi in turni a seconda delle disponibilità.

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Da quell’esperienza nacquero amicizie profonde e legami rimasti vivi nel tempo. “Le persone avevano bisogno di parlare, di raccontarci il terremoto”, ricordano oggi. Un rapporto diventato simbolico anche grazie al gemellaggio tra la famiglia Gubiani e la parrocchia di Guasticce. Contatti che, col passare degli anni, si erano in parte persi, fino a quando Davis è riuscito a ritrovare tutti e a riportarli a Gemona per la commemorazione del cinquantesimo anniversario. Un ritorno carico di memoria, ma anche della consapevolezza che quella solidarietà nata tra le macerie continua ancora oggi a raccontare il volto più umano del Friuli.

 

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