Biennale di Venezia, Buttafuoco: «Libertà e audacia», l’arte non seleziona passaporti

Nel giorno della presentazione, il presidente Buttafuoco rivendica l’autonomia dell’istituzione citando Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, mentre il blitz delle Pussy Riot con le Femen accende la tensione davanti al padiglione russo

Camilla Gargioni
Il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco
Il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco

«Libertà e audacia», per l’indipendenza di un’istituzione che non baratta «130 anni di storia per il quieto vivere politicante». Istituzioni che dialoghino davvero, non «documenti che circolano sottobanco». Il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco ha aspettato ore, giorni, settimane, mesi prima di esporsi una volta per tutte sulle polemiche che alimentano frizioni politiche - nazionali e internazionali - attorno alla Biennale Arte numero 61, le tonalità minori In Minor Keys della compianta curatrice Koyo Kouoh.

Il monologo di 20 minuti di Buttafuoco ha calamitato l’attenzione della presentazione ufficiale, ieri al teatro piccolo Arsenale: nelle sue parole c’è tutta la sua resistenza monolitica alle pressioni (e alle ispezioni ministeriali). Stilettate alla politica, fin dal ringraziamento «al ministero della Cultura nella persona del ministro Alessandro Giuli» con cui i rapporti sono tutt’altro che distesi (Giuli ha disertato la settimana di inaugurazione).

La citazione di Mattarella

Perché Buttafuoco, per rimarcare la scelta di tenere aperte a tutti le porte della Biennale, pure alla contestatissima Russia e all’altrettanto discusso Israele, chiama in causa il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Alza il tono di voce (è un uomo di teatro, sceglie con cura le pause): «Andare avanti, avere audacia, sviluppare i vostri progetti: lo raccomanda il Presidente della Repubblica. Mattarella lo ha detto chiaramente alla presentazione dei David di Donatello qual è il mandato culturale: siate liberi e audaci. Ebbene, eccoci».

Le Pussy Riot si prendono il padiglione della Russia alla Biennale

Tira la giacchetta quindi, senza troppi giri di parole, alle autorità politiche che «se fossero ridotte al rango di furerie dove, intendendosi a sbuffi, le ingerenze arrivano a piegare la solidità delle istituzioni culturali, oggi avremmo un altro esito. Magari lo avremo domani, o dopodomani».

Il richiamo al diritto

Dopo Mattarella, Buttafuoco richiama le parole della premier Giorgia Meloni, che interpellata sul ritorno della Russia aveva rimarcato la contrarietà del governo, ma l’indipendenza della Biennale. «Quel “ma” ha confermato la sgargiante e definitiva libertà e autonomia alla base della civiltà del diritto», chiosa Buttafuoco.

Non basta sgridare la politica e i suoi sbuffi, denuncia anche chi vorrebbe piegare la legge a proprio piacimento: «Nessuna fanta-giurisprudenza può trasformare lo Iure», sentenzia il presidente della Biennale.

L’immagine del dito e della luna

Da bravo oratore, però, porta anche il discorso su un’immagine più semplice che conoscono tutti: quella di chi, invece di guardare la luna, si ferma al dito di chi la indica. E con la Biennale, il dito sono le polemiche. «La luna è il mondo nella sua verità tragica, mai come in questo tempo, è la condizione della guerra globale», afferma, «le richieste di esclusione hanno preceduto l’ascolto. Il mondo si è capovolto, in un laboratorio di intolleranza, di censure, di esclusione».

No alle chiusure

Ma non basta: Buttafuoco non vuole passare per chi ha ignorato la situazione geopolitica attuale. «Non siamo ciechi, in quella luna ci sono democrazie e satrapie che istituiscono la pena di morte. Continue discriminazioni, violenze. Chiudere a qualcuno significa rendere più fragile l’apertura verso altri.

Se la Biennale cominciasse a selezionare passaporti, smetterebbe di essere il luogo dove il mondo si incontra, a maggior ragione quando è lacerato». Buttafuoco si impunta sul ruolo di Venezia, capace di trasformare i conflitti in dialogo e convivenza, di innescare una stratificazione di punti di vista.

«Questo è un giardino di pace, non un recinto», insiste, «non possiamo chiudere, possiamo dissentire ma in uno spazio condiviso». E la stilettata alle istituzioni: «Chiediamo loro dialogo, non documenti che circolano sottobanco». Anche se la giuria internazionale si è dimessa e Buttafuoco ha trovato lo stratagemma dei Leoni dei visitatori, anche di fronte alle pressioni della Ue, va avanti dribblando i polveroni. «Autonomamente celebriamo le arti. La Biennale di Venezia usa con tutti i paesi lo stesso metro», afferma, saldo nel non voler soddisfare il «bisogno di censura che può soddisfare solo l’ego e il narcisismo di chi è chiuso nella comodità della propria casa. A Venezia non imbracciamo le armi».

Le reazioni

Il presidente della Biennale va dritto per dritto, ma l’Ue alza la mano. «Non ci sarà alcun supporto europeo affinché i palcoscenici possano essere usati per la propaganda», afferma Glenn Micallef, commissario Ue alla cultura, «questa è una posizione ferma». Perché nella giornata di ieri, il discorso di Buttafuoco ha fatto i conti con i riflettori puntati sull’inaugurazione del padiglione russo.

«Sosteniamo le parole di Buttafuoco contro ogni forma di censura preventiva», plaudono gli esponenti M5S in commissione Cultura. «Il padiglione russo è una scelta grave che imbarazza il Paese» stigmatizza Piero De Luca, capogruppo del Pd in Commissione Affari europei della Camera. E domani, a sostegno di Buttafuoco, è atteso il leader del Lega Matteo Salvini. 

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