Il patriarca Moraglia: «Lo sport è uno strumento di pace nell’area del Mediterraneo»

Ai Giochi di Taranto presenti anche 4 tesserati di Athletica Vaticana. Il messaggio del Patriarca di Venezia: «L’inclusione non è una concessione ma una forza, l’appartenenza non sia motivo di conflitto tra le persone»

Paolo Baron

 

La Chiesa mette le scarpette chiodate per correre incontro al futuro e dare un segnale alla politica e al mondo intero. Oggi a Taranto si apre la ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo e fra i quattromila atleti (quasi cinquecento quelli dell’Italia) ci saranno anche quattro tesserati dell’Athletica Vaticana, società sportiva della Santa Sede che vede fra i suoi dirigenti Francesco Moraglia, Patriarca di Venezia e presidente della Cei del Triveneto.

È la seconda volta che atleti del Vaticano partecipano ai Giochi. Messaggio che la Chiesa contemporanea non vuole delegare ad altri il ruolo di player culturale che la storia da sempre le riconosce in ambito artistico e sociale, dalla Biennale alle singole parrocchie, queste ultime messe a rischio dal drammatico calo delle vocazioni. Athletica Vaticana scende in pista per riannodare i fili con quei valori di inclusione, speranza e pace che oggigiorno e troppo spesso si infrangono contro i muri eretti dalla politica internazionale.

Patriarca Francesco, Lei è l’unico membro italiano del Dicastero per la Cultura e per l’Educazione della Santa Sede che promuove l’attività dell’Athletica Vaticana. Come può descrivere, in ordine al suo incarico, la funzione di questa attività?

«La Santa Sede guarda allo sport considerando il significato umano che riveste. È un’attività presente nelle differenti culture, capace di costruire ponti, favorire incontri e mettere a confronto persone all’interno di una sana competitività, nella quale il rispetto reciproco e le regole sono fondamentali. Il successo non può e non deve essere l’unico fine nell’impegno sportivo. Il Dicastero per la Cultura e l’Educazione opera anche nell’ambito sportivo partecipando alle grandi manifestazioni, cercando occasioni di dialogo e andando oltre le differenze che la politica, non di rado, tende ad enfatizzare piuttosto che a ricomporre. Tutto nasce da una visione antropologica integrale, nella quale l’uomo è valorizzato in tutte le sue componenti: intelligenza, volontà, storia personale, oltre che corporeità. Nello sport si incontrano “mondi diversi” e ciò costituisce una grande ricchezza senza chiedere la rinuncia alle proprie radici».

L’Athletica Vaticana (società affiliata alla Fidal) partecipa con quattro atleti ai Giochi del Mediterraneo insieme a 26 altri Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum. Quale il messaggio del Vaticano?

«La partecipazione è significativa; ed è pure molto importante che i 26 Comitati olimpici abbiano votato all’unanimità la presenza della Santa Sede. Questi Giochi pongono in dialogo culture, etnie e appartenenze differenti: cattolici e ortodossi, che condividono la fede cristiana pur appartenendo a confessioni diverse, insieme a musulmani e persone di altre tradizioni religiose e culturali. Così lo sport consente a soggetti diversi d’incontrarsi e fare della propria appartenenza non motivo di contrapposizione ma di crescita. Athletica Vaticana sarà a Taranto con quattro atleti (un piccolo segno), una presenza che non considera lo sport solo come competizione ma esperienza di dialogo e di fraternità».

In un’epoca di guerra e di conflitti, quello del Vaticano è un messaggio potente. Se solo si pensa alla presenza di Paesi come Libano, Tunisia, Marocco e Spagna, ma anche Kosovo e altre nazioni dell’ex Jugoslavia.

«Certamente. Il Mediterraneo può essere visto come luogo di conflitti e divisioni, ma anche come spazio nel quale popoli differenti possono ritrovarsi. Lo sport rende concreta questa possibilità: atleti che appartengono a Paesi, culture e confessioni religiose diverse condividono lo stesso campo, rispettano le stesse regole e si misurano lealmente. È un messaggio oggi particolarmente urgente in un tempo nel quale la situazione politica internazionale è segnata da una sofferenza profonda e da una crisi che non ha precedenti in un recente passato. I Giochi possono rappresentare una luce di speranza, mostrando che esistono ambiti umani nei quali le persone possono incontrarsi senza che l’appartenenza diventi barriera e motivo di conflitto».

L’assenza di Israele (non partecipa per un antico veto dei Paesi Arabi) Le dispiace?

«Ogni esclusione, in ambito culturale e sportivo, non può che dispiacere. Bisogna prendere atto che, talvolta, i diktat della politica diventano muri invalicabili anche in settori nei quali sarebbe bene che la politica facesse un passo indietro. La libertà religiosa, la cultura, lo sport sono – a livelli diversi – espressioni di umanità. Per questo è importante preservare questi spazi da strumentalizzazioni politiche, senza negare le identità e le storie dei singoli Paesi, ma riconoscendo che proprio l’incontro può aiutare a superare i motivi di conflitto. In quanto libertà religiosa, cultura, arte, sport sono attività “dell’uomo” in quanto tale, e, quindi, precedono la politica».

Secondo Lei, i Paesi europei dovrebbero impegnarsi per una sua riammissione con un messaggio inclusivo, trattandosi di sport?

«Un accordo comune e condiviso tra i Paesi interessati avrebbe certamente un significato importante e sarebbe un segno di inclusività responsabile. Ci sono gesti che rendono comprensibili, più di molte argomentazioni intellettuali, il valore del dialogo e della convivenza. Tale gesto potrebbe aiutare anche la politica a comprendere – ripeto – che esistono ambiti squisitamente umani che vengono prima delle scelte della politica e meritano di essere incoraggiati».

Il motto dei Giochi è “Embrace the future”: i valori dello sport sono universali eppure in questi ultimi anni si sono visti boicottaggi o esclusioni anche nello sport, dai Mondiali di calcio e di atletica alle Olimpiadi. Non sarebbe necessario riallacciare i rapporti fra popoli anche attraverso manifestazioni di questo tipo?

«“Abbracciare il futuro” è un motto molto bello – perché dà speranza – ed è significativo, perché chiede di prendere le distanze da un passato nel quale sport e cultura, talvolta, sono stati strumentalizzati a fini politici. Credo sia importante mantenere degli ambiti e degli spazi di libertà nei quali la partecipazione o non partecipazione a una manifestazione sportiva o artistica non sia compresa come rifiuto o accoglienza di un popolo che poco ha a che fare con le scelte di un governo. La politica – giova ribadirlo – ha un ruolo fondamentale, ma deve riconoscere i suoi limiti e rispettare quelle manifestazioni proprie dell’umano che la precedono. E che sono – come detto – la libertà religiosa, innanzitutto, e ogni altro tipo di libertà umana come la cultura, l’arte, lo sport».

Lo sport è un’arma di pace potente, mi consenta questo ossimoro: i recenti Mondiali di calcio (con il giocatore della Spagna Williams, campione del mondo, che regala la medaglia d’oro alla mamma che attraversò il deserto per dargli una vita migliore) o gli Europei di atletica e di nuoto hanno portato alla luce storie bellissime di inclusione. Molti atleti italiani di seconda generazione hanno consentito all’Italia di diventare una vera potenza sportiva. Eppure la politica sembra non accorgersene. O fa finta di nulla…

«L’immagine della nazionale italiana, che in un passato non lontano non presentava atleti di colore o provenienti da altre etnie, oggi è profondamente cambiata. E gli ottimi risultati conseguiti ci dicono qualcosa di importante; l’incontro, il rispetto e il riconoscimento di storie differenti e patrimoni genetici differenti non danno solo un’immagine aperta e rasserenante ma producono anche risultati. Lo sport dimostra concretamente che l’inclusione non è una concessione ma è una forza. Per questo può diventare un linguaggio di pace: non elimina le differenze, ma insegna a viverle senza trasformarle in conflitto per un bene più grande».

Le prime palestre o campi da calcio per allenare i campioni del futuro, culturalmente e storicamente, sono stati i patronati e gli oratori. Palestre da qualche anno in crisi. Può l’azione di Athletica Vaticana riportare i ragazzini in parrocchia?

«Come membro del Dicastero per la Cultura e l’Educazione auspico che l’educazione possa essere un motore, capace di parlare anche alle nostre comunità ecclesiali. È un compito che il Dicastero desidera far sempre più suo. Patronati e oratori hanno storicamente rappresentato luoghi nei quali la disciplina fisica e sportiva si univa ad altri valori, innanzitutto quelli della fede, della socialità e, in genere, della persona. In questo senso Athletica Vaticana contribuisce a riannodare tanti fili. Lo sport, soprattutto quando incontra le persone più fragili, diventa qualcosa di più di una competizione. Nelle esperienze paralimpiche e in manifestazioni analoghe offre a persone e famiglie che vivono situazioni di sofferenza una possibilità di realizzazione, di riscatto. Una società che guarda allo sport non solo in termini di performance, record e successi, ma in termini di condivisione di umanità aggiunge una dimensione nuova all’attività sportiva. È questa, in fondo, la prospettiva nella quale guardare ai Giochi del Mediterraneo: non soltanto competere ma mostrare che persone provenienti da Paesi, culture e confessioni di fede, anche lontanissime tra loro, possono incontrarsi. Un unico confine dovrebbe essere riconosciuto: la dignità della persona umana, valore non negoziabile.

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