Il garante dei diritti Sbriglia: «La violenza tra i giovani sta diventando normale»

L’ex dirigente generale del ministero della Giustizia: «Il problema non si risolve militarizzando le scuole, ma cambiando la mentalità»

Marco Ballico
Enrico Sbriglia, Garante regionale dei diritti della persona del Friuli Venezia Giulia
Enrico Sbriglia, Garante regionale dei diritti della persona del Friuli Venezia Giulia

«Le armi mi preoccupano, ma ancora di più mi spaventa il fatto che la violenza stia diventando normale». È il monito di Enrico Sbriglia, Garante regionale dei diritti della persona del Friuli Venezia Giulia, già dirigente generale del ministero della Giustizia e figura di primo piano dell’amministrazione penitenziaria italiana: ha diretto a lungo il carcere di Trieste e guidato progetti europei sulla prevenzione del radicalismo violento.

Commentando la maxi operazione della Polizia contro le baby gang, Sbriglia invita a non fermarsi alla repressione: «Il problema non si risolve militarizzando le scuole, ma cambiando la mentalità degli adulti e dei ragazzi».

L’operazione della Polizia ha portato al sequestro di armi da fuoco, coltelli e altri oggetti atti a offendere. È diventato troppo facile per gli adolescenti procurarsi un’arma?

«Per le armi bianche purtroppo sì. Parliamo di coltelli e lame che, nella peggiore delle ipotesi, possono essere reperiti perfino in casa. Per le armi da fuoco il discorso è diverso e certamente più allarmante. Il Fvg si trova in un’area europea che, per vicende storiche e geopolitiche, è anche territorio di passaggio. È possibile che esistano canali di approvvigionamento più accessibili di quanto immaginiamo. Ma ciò che mi inquieta maggiormente è che il fenomeno rischi di essere percepito come qualcosa di normale».

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La redazione

Cosa intende?

«Non vedo, anche nelle famiglie, un’attenzione adeguata. Ci preoccupiamo del bullismo, ma poi acquistiamo ai figli videogiochi costruiti su scenari di guerra, dove più si colpisce e più si vince. Non voglio fare processi ai videogiochi, ma qualche riflessione va fatta. Così come sull’uso senza limiti di smartphone e social, che possono alimentare fantasie violente in ragazzi che spesso non trovano una guida».

L’operazione ha individuato quasi mille profili che inneggiano alla violenza e all’uso delle armi. Quanto incidono i social sul fenomeno delle baby gang?

«Incidono tantissimo, perché riescono appunto a far apparire normale ciò che normale non è. Un tempo, davanti a una lite, ci si avvicinava per dividere i contendenti. Oggi ci si affanna a filmare il pugno, lo schiaffo, il calcio alla testa. L’obiettivo diventa ottenere immagini da condividere. È un cambiamento culturale che ci deve preoccupare».

Il ministro Valditara propone di allontanare i minori di 15 anni dai social. È una strada praticabile?

«L’intento è condivisibile, ma oggi viviamo in una società interamente connessa. Pensare di risolvere il problema vietando semplicemente i social mi sembra illusorio. La vigilanza deve essere alta, ma soprattutto sugli adulti. Sono loro che devono accompagnare i ragazzi nell’uso consapevole degli strumenti digitali».

C’è chi propone metal detector e controlli sempre più rigidi nelle scuole.

«Ho trascorso la mia vita professionale in luoghi dove i metal detector erano all’ordine del giorno. L’idea che una scuola possa assomigliare a un carcere non rappresenta un progresso. La scuola deve restare un luogo di libertà, naturalmente nel rispetto delle regole».

Quindi la risposta non è aumentare soltanto la sicurezza?

«La sicurezza serve, ma da sola non basta. Se blindiamo una scuola, il problema si sposterà semplicemente in una piazza o in un parco. Se non cambiamo la mentalità dei ragazzi, interveniamo solo sul luogo del conflitto, non sulle cause».

Su cosa bisognerebbe investire allora?

«Sulla prevenzione. Servirebbero docenti formati che diventino punti di riferimento, osservatori capaci di cogliere i segnali di disagio, di parlare con i ragazzi, di ascoltarli. È fondamentale creare relazioni prima che esploda il problema».

In Fvg cosa si sta facendo?

«La Regione ha promosso un protocollo che coinvolge il mio ufficio, il Comitato regionale per le comunicazioni, l’Osservatorio antimafia, il Difensore civico, l’Ufficio scolastico regionale e il Centro operativo per la sicurezza cibernetica. L’obiettivo è affrontare bullismo, cyberbullismo e uso distorto della Rete con iniziative di prevenzione, non solo repressive».

Bullismo e cyberbullismo sono il primo passo verso fenomeni più gravi?

«Spesso sì. Sono gli antesignani di una criminalità che può crescere. Per questo è fondamentale intervenire subito, quando compaiono i primi segnali, senza aspettare che il disagio si trasformi in violenza».

Qual è il messaggio finale alle famiglie?

«Che non bisogna delegare tutto alla scuola o alle forze dell’ordine. La sicurezza vera si costruisce nel corpo sociale, nelle relazioni quotidiane. Genitori, insegnanti, istituzioni e comunità devono sentirsi corresponsabili. Solo così possiamo impedire che la violenza diventi un linguaggio normale per i nostri ragazzi».

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