Elezioni di midterm negli Usa, lo storico Graziosi: «È un rifiuto del trumpismo, la sinistra non canti vittoria»

Lo storico Andrea Graziosi: «Il tycoon sconfitto perché ha promesso tanto e mantenuto niente; non è un successo di un’alternativa che non ha ancora un progetto politico»

Carlo BertiniCarlo Bertini

 

«Di certo questo voto produce un cambiamento fortissimo, ma ha perso Trump, non ha vinto la sinistra contro la destra. E in Italia gli sconfitti sono gli esagitati, Salvini e Vannacci»: ci voleva uno storico di vaglia, indipendente e privo di etichette ideologiche come Andrea Graziosi per disvelare una realtà sottesa alla sconfitta di Trump: la mancanza di un fattore di aggregazione dei suoi avversari, che non sia l’ostilità al tycoon di molte fasce della popolazione, di diversi mondi culturali e di diversissime istanze politiche.

Non riconducibili però ad un progetto politico alternativo. Un amplissimo fronte contro e non un fronte pro-qualcosa. Elemento questo che evoca in un certo modo anche la prossima disfida elettorale italiana.

Così come Graziosi esce dal main stream di questi anni quando rigetta la tesi di una democrazia americana in pericolo, dato evidente dall’andamento di questa tornata di elezioni midterm. Di cui è interessante analizzare l’effetto che potrebbe avere sugli equilibri europei e sull’Ucraina, visto che «con Trump debole, Putin può essere portato e pensare che sia meglio chiudere in fretta il conflitto».

Professore, quindi non ritiene corretta la definizione di risultato storico, anche se annovera diversi record?

«Storico non direi, ma sicuramente è un rifiuto completo del trumpismo. Se andiamo a vedere, hanno vinto tutti quelli che si sono opposti a Trump con un ventaglio amplissimo di opinioni, dal musulmano al cristiano conservatore, dall’indiana al convertito all’ebraismo. Questo risultato non annuncia un futuro, o un programma positivo, ma un desiderio fortissimo di cambiamento che è paradossalmente allo stesso tempo anche un desiderio di più stabilità tenuto conto della personalità di Trump».

Improprio fare un paragone tra questo grande “change color” da rosso a blu in Usa e quello avvenuto nel 1932 dopo la grande depressione?

«Quello era un cambiamento con un programma forte, il welfare state che il presidente Roosevelt diede agli Usa: un programma popolare, che ha consentito ai democratici di avere la maggioranza al congresso per molti decenni del secondo dopoguerra».

Si chiude allora una parentesi autoritaria, come molti la definiscono, con un ritorno della democrazia americana esempio per tutti, elogiata da Tocqueville?

«La brutta parentesi c’è stata, ma non credo abbia prodotto davvero una minaccia alla democrazia. Che alla fine ha funzionato bene. Una delle cose positive è che Trump non abbia contestato il voto e lo abbia accettato. E in America la democrazia funziona perché non è l’Europa, che preoccupa ben di più».

Perché?

«La differenza è che gli Usa vengono da vent’anni di sviluppo ed hanno le risorse economiche e i mezzi che nutrono le speranze di cambiamento. Noi non li abbiamo purtroppo».

E come è affondato Trump?

«Perché aveva promesso tanto e non ha mantenuto niente e la gente ha smesso di credergli: ha promesso un’economia meravigliosa e c’è l’inflazione, la vittoria all’estero e non ne ha realizzata una. Ha poi pesato la rottura con la cultura cattolica e il trattamento riservato agli ispanici. La Chiesa è una delle tante grandi forze che si sono opposte a lui e ciò ha pesato».

Ma dopo la vittoria di governatori neri o musulmani e l’elezione del primo senatore dichiaratamente gay, ora potrebbe perfino riemergere la cosiddetta “cultura woke” dalle cantine dove è stata rigettata?

«Il suo rifiuto è ancora molto sentito, anche per questo non si può parlare di una vittoria della sinistra contro la destra, ma di una grande maggioranza che non ama ciò che ha vissuto. La crisi americana non è finita, perché non c’è un programma o una proposta di futuro: a sinistra, come a destra e al centro».

Come inciderà questo indebolimento di Trump sull’Europa?

«Non va pensato che ci possa riportare al passato: gli Usa ormai sono diversi dall’Europa, hanno un’altra cultura, nelle università ormai non si insegna più la storia dell’Europa, che è stata peraltro assente da questa campagna elettorale. Per la prima volta da trecento anni, l’Europa è anche tagliata fuori dalle grandi tecnologie. Quindi noi e gli Usa siamo due realtà diverse e Trump ha mostrato agli europei che dovrebbero fare da soli».

Non c’è il rischio di un riflusso europeo che sgonfi le spinte a unirsi perché solo l’unione degli stati fa la forza?

«Non credo, perché penso che le élites europee abbiano capito bene che non si può tornare indietro. E’ cambiata una fase e il cambiamento era cominciato già con Obama. L’Europa dovrebbe fare da sola, il problema semmai è che nessuno vuole rinunciare alle sue prerogative statali. Il rapporto con gli Usa cambierà in positivo tra due anni, non prima. Per questo andrebbe ribadito che bisogna essere autonomi, a partire dalla difesa, poi certo bisognerà profittare di una nuova presidenza, sperabilmente più vicina, per trovare un accordo con gli Stati uniti, ricordando però che gli americani sono ormai amici, non genitori o parenti stretti. Questo nella speranza che si trovi un soggetto unitario capace di parlare per l’Europa».

E come inciderà questo voto sull’Ucraina?

«Molto complicato prevederlo. Putin aveva scommesso su Trump, che ora è più debole ma ha ancora due anni e dunque i pericoli aumentano. Putin può pensare che sia meglio chiudere presto, perché il suo vantaggio può solo diminuire. Perciò potrebbe esserci una tendenza alla chiusura del conflitto ucraino, chiusura che può passare anche dall’acutizzazione del conflitto».

Trump come si presenterà ai prossimi vertici internazionali?

«È possibile che cerchi una rivalsa in politica estera perché tiene al giudizio della storia. Spera che se portasse a casa due paci - in Ucraina e Iran - e si prendesse Cuba, la sua figura resterebbe impressa nei libri di storia».

Passerà alla storia anche per aver distrutto il partito repubblicano in Usa, o no?

«In effetti lui i repubblicani se li è mangiati e dopo esser stati distrutti da Trump, non si sa come si riprenderanno: dovranno ricostruire totalmente il partito. I democratici non sono mai stati un partito, al contrario dei repubblicani, che sono sempre stati un partito ideologico, più omogeneo e ora sono messi peggio».

Si è sgonfiato il vento sovranista dopo le sconfitte di Orban, Bolsonaro, Vucic e Trump?

«Io distinguerei il sovranismo dal populismo sovranista: in questa logica i veri sconfitti in Italia sono Salvini e il generale Vannacci. Perché poi c’è un sovranismo stabile, nazionalista e conservatore, interpretato diversamente da Meloni e Le Pen. Se è vero che dentro il no a Trump c’è di tutto, anche in Europa c’è un sovranismo da “legge e ordine”, un populismo di destra e uno di sinistra, una sinistra ancora alla ricerca di come rappresentare anche il desiderio di stabilità. Gli sconfitti per ora sono gli esagitati, ma ciò non chiude la partita: in Europa c’è un desiderio di cambiamento che si è visto in Serbia e in Ungheria e si vedrà probabilmente in Spagna e Francia; ma anche di stabilità».

 

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