Così l’inflazione arricchisce lo Stato: il fisco incassa tre volte sui rincari grazie a Iva, fisco e costo del debito

L'analisi sui conti pubblici: dall'extra-gettito Iva al drenaggio fiscale da 35 miliardi. Come la fiammata energetica e la Manovra 2027 pesano su famiglie e risparmi

Carlo Alberto Carnvale Maffè

Ogni comunicato Istat sui prezzi ha i suoi sconfitti, ben noti e regolarmente intervistati al mercato rionale. Ottobre non fa eccezione: l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) schizza al +5,4 per cento su base annua, dal 4,2 di settembre, i beni al 7,5, l’energia regolamentata al 59,5, con un balzo del 18,8 in un solo mese. Più raro è che qualcuno si chieda chi sieda dall’altra parte del tavolo. Perché l’inflazione, come ogni trasferimento, ha anche un beneficiario. E non abita a Doha né a Teheran, ma in via XX Settembre. La diagnosi è nota. L’inflazione di fondo, al netto di energia e alimentari freschi, è al 2 per cento, esattamente l’obiettivo della Bce; i trasformati alimentari sono persino in calo.

La fiammata è uno shock di prezzi relativi importato, figlio di un Ttf tornato sopra i 100 euro al megawattora e di uno Stretto di Hormuz trasformato in poligono di tiro. Le famiglie pagano un’imposta geopolitica. Il punto è che una parte di quell’imposta, transitando per i conti pubblici, cambia destinatario.

Primo canale: l’Iva. Essendo un’imposta ad valorem, segue fedelmente il prezzo: bolletta più cara, gettito più ricco. Lo Stato che si commuove per i rincari ne incassa una percentuale fissa, con la puntualità di un notaio. Le accise, che sono specifiche, si erodono invece in termini reali; ma la contabilità della compassione, sull’energia, resta saldamente in attivo.

Il drenaggio

Secondo canale, più silenzioso: il drenaggio fiscale. Scaglioni Irpef e soglie delle detrazioni sono fissati in euro nominali e non si indicizzano. Uno stipendio che sale del 3 per cento per inseguire i prezzi viene tassato come se il contribuente si fosse arricchito, mentre si è soltanto difeso. Secondo stime del ministero dell’Economia riprese dalla stampa, il fiscal drag vale 4,4 miliardi nel 2026 e, cumulandosi anno su anno, 35,4 miliardi fino al 2029: numeri difficilmente calibrati su un’inflazione al 5,4. L’Ufficio parlamentare di bilancio aveva già stimato in circa 25 miliardi l’anno il gettito extra prodotto dall’inflazione del 2021-23. È la tassa più democratica della Repubblica: nessuno l’ha votata, tutti la pagano.

Terzo canale, il più elegante: il debito. Oltre 3.000 miliardi di passività sono denominati in euro nominali, e ogni punto in più del deflatore del Pil gonfia il denominatore del rapporto debito/Pil. Con un debito intorno al 137 per cento del prodotto, a parità di crescita reale e prima che i rendimenti si adeguino, ogni punto di inflazione interna vale circa un punto e un terzo di rapporto in meno. Con una vita media dei titoli intorno ai sette anni, il costo del servizio si adegua con lentezza: il dividendo arriva subito, la fattura più tardi. Un’avvertenza di rigore: uno shock importato fa salire i prezzi al consumo più del deflatore, che misura il valore di ciò che si produce in Italia. Il dividendo matura dunque man mano che lo shock si trasmette a prezzi e margini interni, e i Btp indicizzati, insieme a una Bce che ha alzato i tassi a settembre e discute di replicare a dicembre, ne rosicchiano una parte. Ma il segno resta favorevole all’emittente. È la vecchia repressione finanziaria, senza nemmeno la fatica di imporla: la fornisce gratis la geopolitica. La finanziano i detentori di titoli e conti correnti, cioè, in Italia, le famiglie.

Ricapitolando: famiglie che pagano l’energia due volte, una al fornitore e una all’Erario; lavoratori dipendenti i cui contratti, agganciati all’Ipca al netto degli energetici importati, non recuperano lo shock; risparmiatori che vedono evaporare il potere d’acquisto; e uno Stato che, mentre annuncia misure contro il caro vita, incassa tre volte. Di qui la tentazione, puntualissima, di restituire una frazione del maltolto sotto forma di bonus, sconti e tetti, da intestare alla generosità del governo di turno.

Il paradosso

C’è poi un paradosso che il comunicato Istat rende quasi didascalico: il paradosso del regolato. I prezzi «protetti» corrono più di quelli liberi. Gli energetici regolamentati salgono del 59,5 per cento in un anno, il doppio dei non regolamentati (29,4); l’elettricità del mercato tutelato passa in un mese da +9,7 a +60,2 per cento su base annua, con un balzo congiunturale del 34,1. Non è un incidente. La tutela aggancia meccanicamente il prezzo all’ingrosso e trasferisce lo shock per intero, e senza copertura, proprio ai clienti che la legge definisce più fragili, mentre un contratto a prezzo fisso sul mercato libero avrebbe fatto ciò che i mercati sanno fare: assicurare il rischio.

È la protezione pelosa, che protegge soprattutto il protettore. Tiene i clienti in un recinto amministrato, scoraggia il confronto tra offerte e quindi la concorrenza, e prepara il terreno per il bonus successivo, da finanziare con il gettito che l’inflazione ha appena prodotto. I bonus stessi, legati a soglie Isee, creano scalini in cui un euro di reddito in più può costarne centinaia di sussidio perso; e quando prendono la forma di sconti sul prezzo, sussidiano il consumo proprio del bene che scarseggia. Il paternalismo energetico ha un pregio indubbio: non sbaglia mai il bersaglio elettorale.

Senso inverso

Come se non bastasse, la legge di bilancio 2027 aggiunge un quarto canale, che corre in senso inverso: dal fisco ai prezzi. La manovra approvata dal Consiglio dei ministri chiede tra 5,5 e 6 miliardi a banche e assicurazioni, con tre punti in più di Ires (30,5 per cento per le prime, 27 per le seconde), una stretta sulle deduzioni Irap e la Tobin tax raddoppiata, e circa 700 milioni l’anno alle imprese energetiche tramite un’addizionale Irap. Sono settori oligopolistici e regolati, cioè esattamente quelli in cui domanda rigida e potere di mercato consentono di traslare l’imposta a valle: su commissioni, spread sui prestiti, premi Rc auto, offerte luce e gas a mercato libero. Dove la tariffa regolata impedisce il recupero immediato, il conto si ripresenterà come maggior costo del capitale nei prossimi periodi regolatori. Il governo tassa i profitti e riceve in cambio, in differita, un po’ d’inflazione, che per i tre canali appena descritti torna a produrre gettito: un moto perpetuo fiscale degno di Escher. Intanto il nucleare resta un orizzonte da prossimo decennio e le rinnovabili continuano a impantanarsi tra aree idonee, ricorsi e autorizzazioni regionali, lasciando il prezzo dell’elettricità ostaggio del gas e il paese esposto, shock dopo shock, agli umori di Hormuz. Una politica energetica che importa la volatilità e una politica fiscale che la monetizza.

Il potere

L’alternativa è più sobria e meno fotogenica. Indicizzare per legge scaglioni e detrazioni all’inflazione, come avviene da decenni negli Stati Uniti, sottraendo al legislatore il potere di alzare le tasse senza dichiararlo. Restituire in modo trasparente l’extra-gettito Iva sull’energia con trasferimenti forfettari ai redditi più deboli, che sostengono chi ha bisogno senza falsare il prezzo, unico segnale capace di razionare un bene scarso. E destinare il dividendo inflazionistico alla riduzione strutturale del debito, non alla spesa corrente: quando l’inflazione rientrerà e i tassi resteranno alti, il conto arriverà, e senza sconti.

L’inflazione è una tassa senza rappresentanza. Il minimo che si possa chiedere a chi la incassa è di rendicontarla.

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