Disagio giovanile, Veltroni: «L’appello dei ragazzi va ascoltato, ansia e competitività li schiacciano»

L’ex segretario del Pd raccoglie l’invito dei rappresentati degli istituti padovani: «Mi auguro che le istituzioni si muovano. Altro che metal detector»

Claudio Malfitano
Walter Veltroni, intellettuale e scrittore, è stato primo segretario del Pd
Walter Veltroni, intellettuale e scrittore, è stato primo segretario del Pd

«La parola chiave è ascoltare, ad ogni livello. Spero che l’appello dei ragazzi di Padova non cada nel vuoto». Walter Veltroni oggi – dopo la sua lunga esperienza politica – è un intellettuale che pone domande e sollecita riflessioni. Alla fast society degli influencer e del populismo contrappone la fatica dell’ascolto. E da tempo ha messo il focus sulla solitudine dei ragazzi, che fa da sfondo al suo ultimo romanzo: un noir che si sviluppa nelle tante facce di Roma e che prende il via da una giovanissima ragazza trovata impiccata.

Lei parla della solitudine di una generazione come di un’emergenza sociale. Perché?

«Penso che la coincidenza di due fattori, il Covid e gli smartphone, abbia creato una condizione assolutamente unica nella storia delle nuove generazioni. Ce ne si rende conto avendo l’umiltà di pensare a cosa possa essere stato il Covid per i ragazzi: la scuola in Dad, non poter fare la festa di 18 anni e ancora a quante partite di calcio sono saltate, a quanti baci, quante feste, quante occasioni mancate in quel momento della vita che presuppone il volo lontano dal nido. E invece il Covid ha riportato tutti loro chiusi e sbarrati nel nido».

L’appello degli studenti di sette scuole del Padovano: «Ci sentiamo soli e fragili, aiutateci»
La redazione
Il luogo del ritrovamento del corpo di Annabella

Il modo per evadere erano i social.

«C’è un libro di Jonathan Haidt che si intitola “La generazione ansiosa” che dimostra come dal 2007 in poi, da quando sono arrivati i social, il livello di disagio, di crisi psicologica, di forme suicidarie, di autolesionismo, di disturbi dell’alimentazione tra i ragazzi è cresciuto enormemente. Perché è cambiato radicalmente il rapporto tra i ragazzi e la realtà».

In che modo?

«Precipitandoli tutti in una dimensione pubblica, che è una cosa che da ragazzi non si ha. È difficile venire giudicati per tutto quello che si è o che si fa. E ho l’impressione che né i genitori, né gli insegnanti, né il Paese tutto, si siano resi conto di questi cambiamenti e che continuino a trattare i ragazzi con le metodologie del passato. Come quella sorta di algoritmo dei risultati scolastici che decide il valore di un ragazzo».

Ansia da prestazione, paura del fallimento, competitività sono proprio le dinamiche denunciate dai ragazzi.

«Il problema è proprio questa idea che tutto sia competizione, questa sorta di riduzione della vita scolastica a pura prestazione. No, un ragazzo non deve dimostrare nulla. Un ragazzo deve essere accompagnato lungo il meraviglioso percorso della conoscenza, del dubbio, del sapere, della curiosità, deve essere stimolato per le sue passioni. Guardi, io credo che le scuole dovrebbero essere aperte anche il pomeriggio, per diventare dei centri di aggregazione nei quali i ragazzi possano fare fotografia, cinema, musica, calcio, quello che vogliono. Perché abbiamo bisogno di luoghi dove i ragazzi possano manifestare le loro passioni in forma collettiva e non solitaria».

Proprio parlando di scuola, il ruolo più difficile nelle aule ce l’hanno gli insegnanti. Come possono misurarsi con queste nuove sfide?

«Come i ragazzi, anche gli insegnanti sono stati lasciati da soli. Nessuno li ha formati a una rivoluzione, di cui sembra nessuno si sia accorto. Da questo punto di vista quelle di Gianni Rodari e Mario Lodi sono tutte suggestioni che bisognerebbe recuperare proprio sul piano dell’allargamento della dimensione educativa. In questo momento bisogna togliergli ansia ai ragazzi, togliergli la sensazione che la natura selvaggia della vita cominci già in terza media».

Perché? Qualcuno potrebbe ritenerlo formativo.

«Perché non deve essere così: quel tempo della vita deve essere vissuto in un contesto di scoperta e non di paura, di prateria e non di muri».

Più che di muri, di metal detector...

«Il problema della violenza esiste, ma va affrontato prima. È un gigantesco problema educativo e di spirito del tempo – uso l’espressione che usavano i tedeschi, lo zeitgeist – quello si fonda anche sulla selezione delle parole, sul tono della voce. Se chi ha delle responsabilità usa il linguaggio dell’odio, non si può stupire se poi questo arriva ai ragazzi».

L’altro ruolo difficile è quello dei genitori. Come fa un adulto ad accorgersi di quello che passa nella testa di un ragazzo? Come può capirlo? Deve controllare le relazioni e i profili social?

«Avrà visto che in Francia e in Australia stanno pensando di introdurre dei limiti all’uso dei social: non so se questa sia la soluzione, ma certamente qualcosa bisogna fare. Spesso però quelli che usano di più il cellulare sono i genitori, non i figli».

E dunque?

«Secondo me c’è un problema di ascolto. E d’altra parte i ragazzi lo hanno detto nel loro appello: ascoltateci. È come se loro avessero aperto la bocca e nessuno li avesse ascoltati. E quindi a un certo punto smettono di aprire la bocca, e nei casi più drammatici come quello degli Hikikomori, si rifugiano dietro una porta chiusa per sfuggire all’ansia di una società che li giudica costantemente».

Cosa si può fare?

«Meno concitazione, meno fretta, meno bulimia e appunto meno ansia. Questo farebbe bene anche al mondo degli adulti. Bisogna che ci si renda conto che fin da bambini queste creature hanno delle idee su tutto, hanno dei dubbi, hanno bisogno di parlare. Invece a volte mi capita di andare al ristorante e vedere una famiglia di quattro persone con quattro cellulari in mano. Ecco lì secondo me la famiglia finisce».

A proposito di famiglia nel suo libro lei affronta anche il tema della separazione dovuta a un lutto. Ma ci sono anche le separazioni e le ricostituzioni di nuove famiglie. Quanto possono incidere?

«Io ho vissuto in una generazione prima del divorzio e ricordo il dramma dei miei compagni di classe che vivevano in famiglie nelle quali i genitori si urlavano tutti i giorni uno contro l’altro. Non saprei dire cosa sia meglio, ma so che è legittimo che ciascuno nella vita possa fare le scelte che vuole. Naturalmente la responsabilità dei genitori, uniti o separati, è sempre quella di considerare prioritaria la dimensione del figlio».

Un’ultima questione: cosa può fare la politica di fronte a questo grido d’aiuto?

«Mi auguro che l’appello di questi ragazzi non rimanga inascoltato, che a tutti i livelli le istituzioni considerino queste parole per la loro importanza e gravità». 

Riproduzione riservata © il Nord Est