Venezi e La Fenice: cinque mesi di polemiche tra politica, spille e musica

Dalla nomina di Beatrice Venezi alla guerra delle spille: la crisi con orchestra e maestranze della Fenice diventa un caso nazionale tra cultura e politica

Camilla Gargioni
Concerto di Capodanno al Teatro La Fenice
Concerto di Capodanno al Teatro La Fenice

È la strategia della distrazione. In un mondo dove le polemiche e i casi mediatici si spengono nel giro di ventiquattr’ore, il tempo di una storia su Instagram, il caso Venezi infiamma siti, bacheche, colonne dei quotidiani da quasi cinque mesi. Critici musicali (pochi), leoni da tastiera (tanti): una questione “alta” e distante dal quotidiano come la nomina di un direttore musicale di un teatro lirico (Venezi, ottobre 2026, teatro La Fenice) è diventata un tema di discussione che coinvolge tutto e tutti. Sul vaporetto, in treno, mentre si beve il caffè. E, intanto, agita i corridoi della politica e scardina la prassi del mondo culturale.

L’esempio più recente è la guerra delle spille: non si parla di musica, ma di simboli. Scongiurando lo sciopero al concerto di Capodanno, orchestra e coro della Fenice hanno scelto di indossare una spilla gialla, con disegnata una chiave di violino stilizzata al centro della quale batte un cuore.

Non è il nuovo capitolo di una battaglia sindacale: nel primo giorno in cui viene aperto online il crowdfunding per promuovere la diffusione delle spille, le richieste schizzano da tutta Italia. Pure dall’estero. All’inizio ci aveva provato il presidente della commissione cultura in Parlamento Federico Mollicone, a smorzare la protesta, indossando la spilla delle maestranze la mattina di Capodanno: «Rispetto la musica». L’appropriazione del simbolo sembra morta lì.

Beatrice Venezi, invece, senza dire una parola in più delle stilettate lanciate a Pisa durante la conferenza di presentazione di Carmen (di Bizet, al Verdi, pena di chi sbaglia è l’etichetta di intellettualoide), mentre dirige indossa una spilla. Stilizzata, come l’avrebbe preferita lei. Ma non minimale: tempestata di Swarovski. «L’avrei fatta più stilizzata, forse uno Swarovski», l’ormai famoso affondo. Risultato: le foto che posta sui suoi social rimbalzano, aprono un nuovo fronte di discussione. O meglio, di distrazione.

Che non sia mai stata una battaglia sul campo solo veneziano della Fenice, si era capito da subito. L’impronta di Roma, sotto traccia la stesura del nuovo Codice dello Spettacolo che vorrebbe promuovere in chiave più pop i teatri lirici, per avvicinarsi alle giovani generazioni. E chi meglio di Venezi, 35 anni, attiva sui social, potrebbe incarnare questo slancio? Ma bisogna andare con ordine, individuando la miccia che ha fatto accendere il caso.

La data chiave

C’è una data chiave: lunedì 22 settembre. È il giorno in cui la Fenice comunica ufficialmente attraverso una nota la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale. La conditio sine qua non della nomina, non scritta ma di prassi, è che viene fatta dal sovrintendente dopo che ci sia una conoscenza tra direttore d’orchestra e l’orchestra stessa. Conoscersi, in ambito musicale, significa suonare insieme.

Cosa che tra l’orchestra della Fenice e la direttrice Venezi non è accaduto: di questa accelerazione il sovrintendente e direttore artistico Nicola Colabianchi ha chiesto più volte scusa. Ma è il primo passo che ha portato a incrinare i rapporti con l’orchestra, fino al muro contro muro. Il perché di questa corsa alla nomina, che inizialmente lo stesso Colabianchi aveva assicurato avrebbe attraversato passaggi e valutazioni anche di altri curricula, non è mai stato chiarito. Per avere «più tempo»? Per «non generare polemiche»? Giustificazioni poco solide.

Le maestranze, intanto, si sono da subito opposte alla nomina sia per il metodo sia perché il curriculum di Venezi è stato ritenuto inadeguato a un teatro come la Fenice. Anche in questo caso, occorre un chiarimento: la differenza tra direttore stabile e direttore musicale. Il primo dirige stabilmente, il secondo entra anche nel merito della programmazione artistica. La protesta è cresciuta, dai volantini in teatro allo sciopero dello scorso ottobre, per la prima recita del Wozzeck, trasformato in un concerto all’aperto in campo Sant’Angelo. Poi il corteo a novembre attraverso calli e campi con rappresentanti dalle orchestre di tutta Italia, i volantini alla prima di stagione con La clemenza di Tito, fino al simbolo delle spille gialle a Capodanno.

Le parole di Venezi

In questi mesi, ci sono stati solo tre momenti in cui Venezi ha parlato. Le prime due, attraverso note scritte: a inizio ottobre 2025, quando ha dato forfait a un incontro all’M9 legato al Festival delle Idee, per non «alimentare polemiche»; poi quando si è affidata all’avvocato Giulia Bongiorno, «Di fronte ad attacchi tanto violenti quanto infondati, i sacrifici quotidiani compiuti per costruire il mio percorso professionale e il rigore che mi ha sempre ispirato mi impongono di conferire mandato all’avvocato Giulia Bongiorno affinché valuti le azioni giudiziarie da intraprendere in sede civile e penale contro coloro che non hanno esitato a diffondere gravissime falsità sul mio conto».

Ultime, le stilettate dalla conferenza di presentazione di Carmen a Pisa, che sono balzate in prima pagina: un teatro «in mano ai sindacati», in un contesto «anarchico». Il tutto, con la premessa che parlerà ancora, a tempo debito, perché la partita non è finita.

Dalla sua, Venezi ha attorno a sé la cintura della politica, con il ministro Alessandro Giuli e il sottosegretario con delega alle fondazioni lirico-sinfoniche Gianmarco Mazzi che l’hanno difesa dal giorno uno. E che, nelle ultime settimane, sono sfuggiti a domande e commenti sulla vicenda. Qual è la via d’uscita? Le dichiarazioni di Venezi hanno aperto il fronte di chi, vedendo una rottura così esplicita, si aspetta un suo passo indietro. Questo fine settimana Venezi dirige a Trieste: indosserà la sua spilla? Parlerà di nuovo di Fenice? Ma la domanda a cui si dovrebbe rispondere è: che opera dirige? E tornare da dove tutto è partito, sul campo della musica.

 

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