Scienziati e politici seduti allo stesso tavolo, a Trieste al via l'alta formazione sulla diplomazia climatica

Dalla condivisione dei dati alla volontà politica: l'iniziativa di Twas e Aaas per dare voce ai Paesi più esposti alla crisi

Giulia Basso

Ventiquattro persone, 13 Paesi, un’unica scommessa: far diventare i dati sul clima un ponte diplomatico, proprio là dove i trattati si arenano.

È il cuore della tredicesima edizione del Corso Aaas-Twas sulla diplomazia scientifica, che si è aperto martedì a Trieste e che per altri due giorni metterà attorno allo stesso tavolo giovani ricercatori e decisori politici arrivati da Paesi come Malawi, Paraguay e Tagikistan.

La scommessa della diplomazia scientifica

Ogni delegazione nazionale è una coppia calibrata: da un lato un giovane ricercatore il cui lavoro scientifico ha ricadute sulle politiche pubbliche, dall’altro chi quelle politiche le scrive o le finanzia, un funzionario governativo, un diplomatico o un rappresentante di un ente di ricerca. L’obiettivo è che imparino a lavorare insieme, per poi restare connessi alla rete internazionale della diplomazia scientifica una volta tornati a casa.

«La scienza è un motore di progresso condiviso, non una moneta di scambio geopolitica», ha detto in apertura Lamberto Moruzzi del ministero degli Esteri, ricordando l'impegno italiano nel sostenere la Twas fin dalla sua fondazione. Ad aprire i lavori, con la Budinich Science Diplomacy Lecture dedicata al fisico triestino che insieme al premio Nobel Abdus Salam concepì la Twas, è stata Ko Barrett, vicesegretaria generale dell'Organizzazione meteorologica mondiale.

Clima senza confini

Sul clima, a differenza di molti altri dossier geopolitici, isolarsi non è un'opzione: nessuna frontiera ferma l’innalzamento delle temperature o degli oceani, né i dati che lo descrivono. È in questa cornice che Barrett individua il caso più limpido di scienza come strumento diplomatico: «Condividere i dati climatici a livello globale dimostra che siamo interconnessi e che nessun Paese può fare da solo. Se qualcuno smette di contribuire, tutti gli altri ne risentono: dipendiamo dal lavoro che moltissimi Paesi mettono in comune». Un meccanismo che, ammette Barrett, non garantisce da sé equità.

Ai partecipanti provenienti da Paesi più esposti alla crisi climatica, da Malawi a Honduras, Barrett riconosce che la diplomazia scientifica non può assicurare un peso uguale nei negoziati: «Possiamo però aiutarli a costruire relazioni internazionali che li sostengano nei rispettivi Paesi, offrendo uno sguardo più ampio e prospettive diverse da portare nel proprio lavoro».

Il vero ostacolo, per Barrett, non è la disponibilità delle evidenze scientifiche: «La scienza c'è, l'informazione è disponibile. Manca la volontà politica, e forse la pressione dell'opinione pubblica perché su questo si investa e si agisca». Da qui la competenza che indica come più urgente per chi lavora tra scienza e politica: saper ascoltare, riconoscendo nel punto di vista altrui una prospettiva da prendere sul serio.

Il corso, promosso da Twas e American Association for the Advancement of Science, affronterà anche il ruolo della scienza nel multilateralismo in trasformazione e le strategie per incidere sui processi decisionali. Un investimento che continua da oltre dieci anni: per il direttore esecutivo della Twas, Marcelo Knobel, il corso «forma la nuova generazione di diplomatici della scienza di cui i Paesi in via di sviluppo hanno urgente bisogno per rafforzare la propria voce nei processi decisionali globali», in un momento storico segnato da «conflitti, emergenza climatica e crescente diffusione della disinformazione».

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