L’Ue taglia i fondi alla Biennale: «Pronti al ricorso»
Arriva lo stop ai due milioni di euro comunicato da un portavoce della Commissione. «Gli eventi culturali finanziati con il denaro dei contribuenti europei dovrebbero salvaguardare i valori democratici»

Dopo aver agitato le forbici per quattro mesi e dieci giorni, alla fine l’Agenzia europea per l’educazione e la cultura ha deciso di seguire le raccomandazioni arrivate l’11 luglio dalla Commissione Ue e di tagliare il finanziamento da due milioni di euro concesso alla Biennale per il triennio 2025-2028 a sostegno di due progetti per il settore Cinema.
La decisione, formalizzata martedì 21 luglio ma nell’aria da giorni, è l’atto conclusivo – almeno per ora – del lungo scontro nato come conseguenza della riapertura del padiglione Russia per l’Esposizione internazionale d’arte inaugurata il 9 maggio.
La Biennale, che pochi giorni fa aveva riunito il Consiglio di amministrazione per preparare una eventuale controffensiva, nel pomeriggio di martedì ha risposto ridimensionando l’impatto del provvedimento e annunciando l’intenzione di fare ricorso.
«Prendiamo atto che si tratta di una decisione da tempo pre-annunciata da autorità politiche, e che pertanto ci obbliga ai passi successivi», si legge nella nota diffusa da Ca’ Giustinian, «ovvero far valere le nostre ragioni in tutte le sedi competenti».
A proposito dei due milioni di euro, che co-finanziavano le attività relative al Biennale College e il Venice Production Bridge («attività che nulla hanno a che vedere con la partecipazione della Russia alla Biennale Arte», si fa notare nel comunicato), «precisiamo che il provvedimento preso dall’Eacea non ha alcun impatto significativo né sul budget, né sul bilancio, né sulle attività programmate e in corso della Biennale di Venezia, che rimangono confermate».
Per capire quanto poco incida l’importo tagliato sul bilancio della Fondazione, basta un dato: il consuntivo 2025 di Ca’ Giustinian ha registrato movimenti per 197 milioni di euro.
La vicenda
Il caso del padiglione Russia esplode il 4 marzo quando la Biennale rende noto l’elenco dei 99 paesi partecipanti alla 61a Esposizione internazionale d’arte. Nella lista c’è la Russia che torna ad aprire il suo padiglione dopo che nel 2022 gli artisti si erano ritirati, considerando incompatibile la loro presenza con l’invasione dell’Ucraina e dopo che nel 2024 la Federazione russa, di sua iniziativa, aveva prestato il padiglione alla Bolivia.
Nel 2025, invece, per la Biennale Architettura, il padiglione era stato messo a disposizione per le attività Educational della mostra. «Ma la Russia non ha mai lasciato la Biennale di Venezia», sottolinea in quei giorni il rappresentante russo per gli scambi culturali Mikhail Shvydkoy.
«La stessa presenza del nostro padiglione – indipendentemente da ciò che vi accade – significa la presenza del nostro Paese nello spazio culturale veneziano». Il progetto espositivo si intitola “The tree is rooted in the sky” (l’albero ha radici nel cielo).
Il giorno dopo l’annuncio, il ministero della Cultura diffonde una nota con la quale prende le distanze dalla riapertura del padiglione russo: «È stata decisa in totale autonomia dalla Biennale nonostante l’orientamento contrario del governo», è l’accusa.
La Biennale replica con toni pacati, definendosi «un’istituzione aperta» che «esclude ogni forma di censura della cultura e dell’arte». Posizioni che le due parti terranno salde, settimana dopo settimana. Comincia un braccio di ferro che vivrà giornate ad alta tensione, trasformandosi in un caso politico nazionale e internazionale.
L’Ucraina, attraverso i suoi ministri, condanna la posizione della Biennale. E i ministri della cultura di ventidue paesi europei firmano un appello con il quale chiedono alla Fondazione di riconsiderare la sua posizione.
Succede quasi tutto il 10 marzo, giorno dello strappo tra il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli che a Roma, nel suo palazzo, diserta la presentazione del padiglione Italia – palesandosi soltanto in video – in aperta rottura con la Biennale.
Ed è proprio quel giorno che la vicepresidente della Commissione europea, Henna Virkkunen, e il commissario alla Cultura, Glenn Micallef, per la prima volta minacciano la Biennale: «Se va avanti con la partecipazione della Russia, valuteremo la sospensione o la cessazione di una sovvenzione in corso».
I nodi
La minaccia prende corpo in modo più dettagliato il giorno dopo, l’11 marzo, quando il portavoce della Commissione Ue Thomas Regnier detta questa nota: «In Europa la cultura deve promuovere e salvaguardare i valori democratici, favorire il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione, valori che non sono rispettati nella Russia di oggi. La Fondazione Biennale riceve sostegno col programma europeo Creative Europe Media per la produzione cinematografica, i mercati del film e la formazione. Sono due milioni di euro per tre anni».
Il caso spacca in due la politica, anche in Italia, con il governo diviso: FdI contro la Biennale (con Pd e partiti minori), Lega compatta in difesa (insieme al M5S). Il ministro Giuli chiede le dimissioni alla rappresentante del governo nel cda di Ca’ Giustinian (e lei risponde picche), si fa mandare i verbali delle riunioni, invia gli ispettori a Venezia.
Dall’Ue arrivano tre richieste di chiarimenti. Il 5 maggio il padiglione russo è aperto: per quattro giorni canti, balli e vodka. Poi il 9 si chiude e di quelle performance restano solo video da guardare attraverso porte e finestre aperte.
Anche il caso resta aperto, la minaccia di un taglio alle sovvenzioni si fa incalzante fino alla decisione di ieri. La seconda stagione andrà in scena in un tribunale.
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