Destro: «Stiamo vivendo uno choc energetico e logistico senza precedenti»
Il delegato di Confindustria ai Trasporti: «Hormuz e Suez chiusi insieme comportano deviazioni strutturali delle rotte, tempi più lunghi e costi più alti. La capacità di veicolare le merci dall’Oriente è calata quasi del 20 per cento»

«Avere contemporaneamente criticità su Hormuz e Suez è qualcosa che non si è mai verificato in questi termini nella storia recente». Parte da qui l’analisi di Leopoldo Destro, amministratore delegato di Aristoncavi e delegato del presidente di Confindustria per Trasporti, Logistica e Industria del turismo, sulle conseguenze delle crisi in Medio Oriente e sulle conseguenze sul tessuto economico italiano e del Nord Est.
Partiamo dal quadro generale: cosa sta succedendo alle rotte commerciali globali?
«Siamo di fronte a una situazione estremamente critica. Alcuni snodi fondamentali come lo stretto di Hormuz e il Canale di Suez sono diventati insicuri. E questo basta per produrre effetti pesanti. Il rischio è tale da portare a deviazioni strutturali delle rotte. Circumnavigare il Capo di Buona Speranza comporta un allungamento dei tempi di circa 12 giorni sulle tratte tra Indo-Pacifico ed Europa».
Quali sono le conseguenze immediate per il sistema logistico?
«Le conseguenze sono doppie. Da un lato abbiamo navi ferme nell’area mediorientale, con migliaia di marittimi a bordo e grandi quantità di merci bloccate. Dall’altro, le rotte più lunghe riducono la disponibilità complessiva della flotta. Oggi stimiamo una riduzione della capacità tra il 17% e il 18%. Questo si traduce in tempi più lunghi e costi più alti» .
Quanto stanno aumentando i costi?
«Stanno subendo un forte shock. I trasportatori stanno applicando diverse tipologie di surcharge: legate alla sicurezza, al carburante e all’incertezza dello scenario. A questo si aggiunge il tema assicurativo, soprattutto per petroliere e navi gasiere, dove gli aumenti superano anche il 60%. I noli stanno vivendo una fase di tensione con pochi precedenti».
Oltre all’energia, quali filiere sono più esposte?
«Non c’è solo il tema petrolio e gas. C’è un problema molto serio sulle materie prime strategiche. L’Europa è un grande trasformatore industriale e quindi ogni interruzione o aumento dei costi si scarica direttamente sui processi produttivi. Le filiere più sotto pressione sono l’elettronica, l’agricoltura e la chimica. Pensiamo all’elio, fondamentale per i microchip e per la sanità: circa un quarto della produzione mondiale arriva dal Golfo. Oppure l’urea, essenziale per i fertilizzanti: un terzo della produzione globale proviene da quelle aree» .
Con quali effetti sui prezzi?
«Gli effetti sono già visibili. L’urea, per esempio, è passata in pochi giorni da circa 450 dollari a oltre 750 dollari. Questo ha un impatto a cascata su tutta l’agroindustria e anche su altri settori come plastica e cosmetica. Il rischio inflattivo è concreto».
In questo scenario, quanto conta l’efficienza interna europea?
«Moltissimo. Se riusciamo a essere più efficienti sul piano logistico, possiamo almeno in parte compensare gli shock esterni. Le merci arriveranno sempre più spesso nei porti del Nord Europa, come Rotterdam, e da lì dovranno scendere rapidamente verso il Sud Europa e l’Italia. Questo rende fondamentale il funzionamento dei corridoi Ten-T e la riduzione dei colli di bottiglia».
Quali sono i principali nodi critici?
«Ci sono infrastrutture mancanti e inefficienze che ci autoimponiamo. Il Brennero è un esempio evidente: le limitazioni unilaterali dell’Austria rallentano i flussi e penalizzano il sistema produttivo. A questo si aggiungono ritardi infrastrutturali, come quelli sulla galleria di base, la cui apertura rischia di slittare a ben oltre il 2030 ».
Quali risposte servono a livello europeo?
«Individuerei tre pilastri. Il primo è l’energia: l’Italia soffre di un costo energetico strutturalmente più alto e questo oggi pesa ancora di più. A questo riguardo il 7 aprile finisce il supporto del Decreto Carburanti. Chiaro che se la situazione dovesse peggiorare serviranno strumenti anche più impattanti per abbassare il prezzo dei carburanti. Il secondo riguarda il sostegno agli investimenti: le imprese hanno bisogno che le misure siano operative rapidamente. Il terzo è la velocità decisionale: non possiamo permetterci ritardi nell’attuazione delle politiche industriali».
Il Nord Est può giocare un ruolo strategico?
«Assolutamente sì. Ha nodi logistici e infrastrutturali di eccellenza: porti, aeroporti, interporti. Ma serve integrarli meglio in una rete intermodale efficiente. L’obiettivo è costruire un sistema capace di competere a livello europeo, sfruttando anche le nuove tecnologie».
Tante Pmi si trovano ad affrontare anche la questione Transizione 5.0. Domanici sarà il tavolo tra Confindustria e il Mimit, cosa vi aspettate?
«Ci aspettiamo si arrivi ad una soluzione, che il governo rispetti gli impegni presi. Occorre trovare un rimedio e presto. Non c’è più tempo. Il taglio del 65% al credito d’imposta per questa misura, per di più con effetto retroattivo, rappresenta un danno concreto per tutte le imprese che da tempo hanno deciso di fare investimenti. In un contesto già complesso per le tensioni internazionali e il costo dell’energia, questa misura rischia non solo di frenare l’innovazione, la competitività e di rallentare una transizione produttiva già delicata ma di spingere altrove gli investimenti».
Un altro settore che rischia di essere messo gravemente sotto pressione è quello turistico?
«Per l’Italia il turismo è un settore chiave, non solo per i numeri – oltre 400 milioni di presenze – ma per l’impatto sull’intero sistema economico. È un moltiplicatore del made in Italy. Serve continuità nelle politiche e una regia chiara. Stiamo lavorando in sinergia con le associazioni del settore per rafforzare l’offerta e migliorare la competitività. Ora si è dimesso il ministro di riferimento, l’auspicio è che venga individuato rapidamente il nuovo interlocutore».
Il suo nome periodicamente viene accostato all’impegno politico diretto. Ultimo, ma solo in ordine di tempo, come possibile sindaco di Padova. È uno scenario realistico?
«No, non è nei miei programmi. Io sono un imprenditore e il mio impegno è quello di lavorare nella mia azienda e per rafforzare il sistema produttivo del Paese. C’è un’urgenza concreta di mettere a terra molte misure a sostegno delle imprese, ed è su questo che voglio concentrarmi».
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