Caso Preone, la rivolta dei sindaci si allarga a tutto il Nordest: «Sospendiamo la Protezione Civile»
Dopo la condanna per la morte di un volontario, i primi cittadini di Friuli e Veneto minacciano il blocco dei soccorsi: «Siamo imputati per dovere: senza scudi legali il modello nato con il terremoto del 76 rischia di scomparire».

Una sentenza che rischia di spegnere i motori della solidarietà in tutto il Nordest. La condanna per omicidio colposo del sindaco di Preone e del suo coordinatore di Protezione civile, per la morte di Giuseppe De Paoli, volontario impegnato nelle operazioni di bonifica per il maltempo, ha trasformato un drammatico incidente in un terremoto istituzionale che non ha più confini regionali.
Dalla Carnia fino alle province del Veneto, la protesta dei sindaci è ormai un caso italiano: i primi cittadini, sentendosi "imputati per dovere", minacciano il blocco totale delle attività di soccorso e delle celebrazioni del cinquantenario del sisma del '76. Al centro della rivolta c’è un vuoto normativo insostenibile: senza scudi legali per chi gestisce l'emergenza, il modello del volontariato che ha ricostruito il Friuli e protetto il Paese rischia seriamente di scomparire.
Le voci dal Friuli
La condanna del sindaco e del coordinatore della Protezione civile di Preone non ha scosso soltanto gli amministratori e i volontari della Carnia. Perché quello che è capitato ad Andrea Martinis poteva capitare a uno qualsiasi dei sindaci e quello che è capitato a Renato Valente poteva capire a uno qualsiasi dei coordinatori dei gruppi di Protezione civile. Per questo motivo, seduti sui banchi degli imputati, insieme a Martinis e Valente c’erano idealmente tutti i sindaci e i coordinatori. E, sempre per questo motivo, il fronte della protesta decisa dalla comunità montana della Carnia si allarga.
«Tanti sindaci hanno voluto manifestare solidarietà a vicinanza a Martinis e hanno condiviso la nostra presa di posizione», assicura il presidente Ermes De Crignis. Anche dopo l’incontro con l’assessore regionale Riccardo Riccardi, il quale ha assicurato il massimo sforzo nel tentativo di coinvolgere anche il Parlamento per arrivare a una soluzione definitiva con il nuovo ddl in discussione al Senato, i primi cittadini carnici hanno ribadito l’intenzione di «non partecipare agli eventi per il 50° anniversario del terremoto e di bloccare tutte le attività di Pc. Allo stato attuale - sottolinea De Crignis, sindaco di Ravascletto - il rischio che salti tutto l’impianto su cui per 50 anni ha poggiato la Pc è concreto. E il motivo è molto semplice: chi mai accetterà un rischio del genere non ricevendo tra l’altro nulla in cambio? Chi entro nella Pc lo fa per la comunità, ma così non ci sono le condizioni, ci si sente traditi».
Da lì l’appello a una mobilitazione comune. Appello al quale ieri ha risposto anche la Comunità del Friuli Orientale: «Come sindaci - scrivono in una nota - non intendiamo sottrarsi alle proprie responsabilità. Tuttavia, in assenza di un quadro certo e sostenibile, diventa sempre più difficile garantire la continuità di servizi fondamentali per la sicurezza delle nostre comunità. La Pc non è solo un servizio: è un presidio di solidarietà, competenza e coesione sociale. Difenderla significa difendere le nostre comunità. Per questo, qualora non emergano risposte chiare e rapide da parte delle istituzioni competenti, ci riserviamo di valutare, in modo condiviso e responsabile, ogni azione necessaria a tutelare i volontari e gli amministratori, fino anche alla sospensione di alcune attività non essenziali».
Il quadro normativo e le responsabilità penali
Secondo i sindaci della comunità Orientale la condanna a un anno per omicidio colposo di Martinis e Valent «impone una riflessione seria e non più rinviabile sul quadro normativo e sulle responsabilità in capo agli amministratori locali e ai coordinatori delle attività di Pc». Organismo che in Friuli Venezia Giulia «rappresenta da decenni un modello riconosciuto a livello nazionale ed europeo, fondato sull’impegno, la formazione e lo spirito di servizio di migliaia di volontari. Un patrimonio umano e organizzativo che non può essere messo in discussione da un sistema che rischia di attribuire responsabilità penali anche in presenza di attività svolte nel rispetto delle procedure, delle dotazioni e della formazione previste». E poiché «non esistono attività operative completamente prive di rischio, intervenire per la sicurezza della collettività significa, inevitabilmente, operare in contesti complessi, spesso emergenziali».
Da qui la richiesta di «avviare un confronto con la Regione Fvg e con il Governo affinché: venga chiarito il perimetro delle responsabilità degli amministratori e dei responsabili operativi; siano rafforzate le tutele giuridiche per chi opera in ambito di Pc; si definiscano linee guida chiare e uniformi per evitare interpretazioni difformi».
Anche il coordinatore regionale Anci dei piccoli Comuni e sindaco di Ruda (Udine) Franco Lenarduzzi non nasconde la preoccupazione: «Il Governo e il legislatore nazionale agiscano presto e nella forma più esaustiva, mentre il governo regionale deve sollecitare e sostenere meglio il percorso emendativo della norma. Attendiamo la sentenza ma resta il dubbio che ci siano delle falle nel ddl del Governo già approvato. La condanna penale per i fatti di Preone sta gettando preoccupazione sull’intero sistema del volontariato. Ai sindaci, coordinatori e operatori del settore non basta il plauso ma sono dovuti protezione e tutela». Sulla stessa sindaca del comune di Sgonico-Zgonik (Trieste) Monica Hrovatin: «Quanto accaduto conferma l’urgenza di una riflessione profonda sulla netta separazione delle responsabilità quando si opera in condizioni di emergenza. Dopo anni da quel disgraziato incidente possiamo pretenderlo».
Le parole di Cisint e la sicurezza sul lavoro
Un appello accorato per difendere chi, in prima linea, garantisce la sicurezza dei cittadini e del territorio. Anna Maria Cisint interviene con forza nel dibattito sulla responsabilità dei sindaci e dei volontari della Protezione Civile, sottolineando come l'attuale interpretazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro rischi di svilire e compromettere un'attività fondamentale per la comunità.
L'ex sindaco di Monfalcone, ricordando la propria esperienza alla guida di una città complessa, ha voluto rivolgere un ringraziamento particolare ai volontari che sono stati essenziali durante emergenze devastanti come gli incendi sul Carso o la stagione della pandemia. Secondo Cisint, la Protezione Civile rappresenta un patrimonio prezioso non solo per il Friuli Venezia Giulia ma per l'intero Paese, protagonista di un'azione professionale e generosa che affonda le sue radici nella gestione del terremoto di cinquant'anni fa.
Il nodo centrale della questione riguarda l'interpretazione dei decreti 81 e 159 in materia di sicurezza sul lavoro, che sembrano ancora lasciare zone d'ombra sulle responsabilità legali di chi opera in buona fede durante le emergenze. Cisint esprime piena condivisione per le posizioni dei sindaci e dei volontari che si sentono penalizzati da un sistema che, invece di tutelarli, ne appesantisce l'operato. Il rischio, avverte l'esponente politico, è quello di disperdere un'esperienza di solidarietà collettiva fondamentale per la tenuta del territorio.
Per risolvere concretamente il problema, Cisint ha confermato di essersi già attivata in coordinamento con il segretario regionale Dreosto e con il sottosegretario alla Giustizia, Ostellari. L'obiettivo è giungere a una soluzione normativa definitiva che metta in sicurezza, sotto il profilo della tutela del lavoro, l'attività del Corpo volontari. Chi riveste responsabilità politiche, conclude Cisint, ha il dovere di agire affinché non si verifichero più situazioni capaci di compromettere questa lodevole attività sociale a causa di incertezze legislative.
La protesta si allarga anche in Veneto
Non solo Friuli. Il terremoto giudiziario seguito alla sentenza del Tribunale di Udine sulla tragica morte di un volontario a Preone scuote i vertici della regione Veneto. Elisa Venturini, assessore regionale alla Protezione Civile, è intervenuta nel dibattito esprimendo profonda solidarietà e vicinanza ai sindaci e ai volontari che, in queste ore, manifestano forte amarezza e preoccupazione per le possibili ricadute legali del loro operato.
Pur precisando di non voler entrare nel merito tecnico della decisione giudiziaria in attesa delle motivazioni, l'Assessore non ha ignorato il grido d'allarme che arriva dai territori. Il timore espresso dai primi cittadini, responsabili della sicurezza delle comunità, riguarda l’esposizione ai rischi penali durante la gestione del soccorso pubblico. Secondo Venturini, il volontariato rappresenta il pilastro insostituibile del sistema di emergenza e non si può permettere che la paura di conseguenze legali per eventi imprevedibili porti allo scioglimento dei gruppi o a un disimpegno collettivo che renderebbe la gestione delle criticità insostenibile.
In questo scenario di incertezza, l'Assessore ha ribadito l'assoluta centralità della formazione, definendola l'unica vera arma per elevare i livelli di sicurezza. Partecipare ai corsi non deve essere considerato un semplice adempimento burocratico, ma un impegno costante e capillare che richiede la massima attenzione sia da parte degli amministratori che degli operatori. La protezione di chi interviene sul campo si costruisce quotidianamente attraverso lo studio e la consapevolezza dei rischi, elementi che non possono in alcun modo essere lasciati all'improvvisazione.
Il nodo centrale della questione resta tuttavia la necessità di un quadro normativo che protegga chi agisce per il bene comune. L'Assessore ha auspicato l'apertura di tavoli tecnici permanenti tra le istituzioni per trovare una convergenza su regole condivise e confini di responsabilità chiari. Solo attraverso un dialogo serrato e norme certe, conclude Venturini, sarà possibile restituire la necessaria serenità a chi sceglie di mettersi al servizio della collettività e a chi ha l'onere di amministrare le comunità locali.
Riproduzione riservata © il Nord Est










