La guerra colpisce il design italiano: a rischio un mercato da oltre un miliardo di euro

Il presidente di FederlegnoArredo, Claudio Feltrin: «L’imprevedibilità ferma il business. Pesano l'incertezza dei dazi e i possibili rincari energetici». Gli Emirati da soli valgono 430 milioni

Giorgio Barbieri
TS - IL PICCOLO INSERTO NORDEST ECONOMIA 17.04.2018
TS - IL PICCOLO INSERTO NORDEST ECONOMIA 17.04.2018

«La crisi in Medio Oriente coinvolge un mercato che vale oltre un miliardo di euro per il sistema del legno-arredo italiano». È l’analisi di Claudio Feltrin, presidente di FederlegnoArredo e della trevigiana Arper, azienda di Monastier che crea sedute, tavoli e complementi di arredo per la collettività, il lavoro e la casa. L’area mediorientale - dagli Emirati al Qatar fino agli altri Paesi del Golfo - negli ultimi anni aveva infatti mostrato segnali di crescita significativi, alimentati da grandi investimenti immobiliari e infrastrutturali. Ora però l’escalation del conflitto riporta l’incertezza al centro dello scenario internazionale, in una fase già segnata dai dazi americani.

Quali sono i rischi più immediati per il settore?

«È tutto appena successo, quindi è difficile dare una lettura definitiva. Però una cosa è certa: non sono fatti positivi. L’incertezza è sempre un problema per il business. Eravamo già abituati a convivere con l’incertezza dei dazi, ma qui siamo di fronte a una situazione più grave, legata a una guerra e a un possibile allargamento del conflitto. L’area di cui parliamo era andata bene l’anno scorso, con buone prospettive di crescita per quest’anno e per i prossimi, grazie ai grandi investimenti in corso. Questi fatti ammettono un grande punto interrogativo».

Colpisce anche il coinvolgimento di Paesi che fino a pochi giorni fa erano considerati “neutrali”.

«Esatto. Si pensava che alcune realtà potessero restare fuori dall’escalation. Invece la reazione è stata pesante. Questo rende tutto più imprevedibile. E quando l’imprevedibilità entra nei mercati, lo sviluppo dei business si ferma. Le aziende si mettono alla finestra, aspettano di capire cosa succede».

C’è poi il tema dell’energia. Quanto può pesare questo nuovo shock?

«Se il rincaro dovesse consolidarsi, avremmo un effetto simile a quello visto nel post-Covid e con il conflitto in Ucraina: un impatto inflattivo importante. L’energia entra, direttamente o indirettamente, in tutte le produzioni. Se aumentano i costi dei semilavorati e dei manufatti, si indebolisce la competitività. E questo rischio non resta confinato all’area mediorientale, ma si riflette sui mercati in cui esportiamo».

Quanto vale oggi il Medio Oriente per la filiera?

«Parliamo di circa quattordici Paesi. Gli Emirati Arabi, ad esempio, valgono intorno ai 430 milioni di euro. Complessivamente si arriva a superare un miliardo, quasi un miliardo e duecento milioni. Non è un valore trascurabile. La nostra filiera produce circa 28 miliardi di euro e ne esporta oltre il 50%. Quell’area pesa quasi per un 10% dell’export. È una quota importante. È chiaro che oggi le imprese sono preoccupate e cercano di capire come evolverà la situazione».

Il settore può compensare puntando su mercati alternativi?

«Noi lavoriamo da sempre sulla diversificazione. È nel nostro Dna. Però i mercati non si inventano dalla sera alla mattina. Il mercato americano, per fare un esempio, è stato costruito in quarant’anni di lavoro. In Russia avevamo investito e ottenuto risultati, poi il mercato si è chiuso. In Cina si era seminato molto, ma le politiche interne hanno cambiato le prospettive. Quando perdi competitività in pochi mesi, non recuperi altrove nello stesso tempo. È un lavoro da maratoneti, non una gara sui cento metri».

Quali strumenti dovrebbe mettere in campo l’Europa?

«L’Europa dovrebbe innanzitutto non ostacolare le imprese con regolamentazioni eccessive. Servono regole ragionevoli e applicabili. Abbiamo appena evitato che il regolamento sulla deforestazione producesse effetti devastanti sulla filiera, imponendo costi e adempimenti sproporzionati rispetto alla realtà: il 90% del legno che utilizziamo proviene dall’Europa, dove non c’è deforestazione, e un altro 7% arriva da foreste certificate. Inoltre chiediamo controlli seri sulle merci che entrano in Europa. Non è accettabile che le imprese europee rispettino standard stringenti mentre prodotti extraeuropei, spesso non conformi, entrano senza verifiche adeguate. Prima di introdurre nuove regole sarebbe bene far facciamo rispettare quelle esistenti».

Cosa serve oggi al settore?

«Fondamentalmente un po’ di stabilità. I mercati crescono quando c’è tranquillità. Oggi siamo in una fase in cui si sommano crisi su crisi: dazi, conflitti, rincari energetici. Le imprese fanno la loro parte, investono, diversificano, ma hanno bisogno di un contesto che non cambi ogni settimana. Speriamo che questa crisi si chiuda in fretta. Perché l’incertezza, per chi fa impresa, è il peggior nemico».

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