Cittadinanza “facile”, la Corte costituzionale stoppa gli oriundi
La Consulta valida il decreto che limita la cittadinanza per discendenza: servono legami effettivi con l’Italia o requisiti specifici. Stop alla trasmissione automatica senza vincoli reali

La Corte costituzionale conferma la stretta sulla cittadinanza per chi nasce all’estero, fissata dal decreto legge 36 del 2025. Decreto che cambiava le regole in vigore fino a un anno fa: niente più trasmissione automatica e senza limiti, se si possiede un’altra cittadinanza, a meno di condizioni precise.
E tra queste regole, la domanda presentata entro il 27 marzo 2025, oppure un legame diretto con un genitore o un nonno solo italiani, o ancora due anni di residenza in Italia del genitore prima della nascita o dell’adozione.
«La cittadinanza iure sanguinis? La sentenza della Corte costituzionale 63/2026, pubblicata ieri» dice il sindaco di Val di Zoldo, Camillo De Pellegrin, che più di ogni altro amministratore si è battuto su questo fronte, « è una pietra tombale alla strumentalizzazione in chiave egoistica della cittadinanza italiana».
«Trancia un nodo gordiano creato da un lungo periodo di inerzia legislativa» commenta l’avvocato Bruno Barel, esperto in materia, «e di giurisprudenza fin troppo generosa nell’applicare il principio dell’acquisto della cittadinanza per ius sanguinis anche a generazioni defunte».
Il decreto 36/2025, confermato dalla Corte, respingendo un ricorso del tribunale di Torino che ipotizzava la violazione dell’articolo 3 della Costituzione, prevede per la concessione della cittadinanza “la necessità di vincoli effettivi con la Repubblica, al fine di ripristinare il nesso tra popolo, sovranità e territorio”.
La legislazione precedente il Decreto, invece, consentiva anche a persone non aventi alcun legame effettivo con la comunità repubblicana di ottenere senza alcun limite la cittadinanza italiana e, pertanto, di concorrere (in caso di accertamento) alla determinazione delle decisioni che si applicano a tale comunità».
In sostanza, «consentiva di concorrere alle decisioni politiche concernenti la comunità anche a chi non aveva contribuito al suo progresso, non partecipava ai destini comuni e poteva agevolmente sottrarsi ai sacrifici e agli obblighi derivanti da tali decisioni». Secondo le più recenti statistiche, circa 300.000 oriundi legati al Veneto sarebbero potenzialmente in grado di ottenere la cittadinanza italiana. Migliaia di richieste giacciono presso i tribunali; Venezia gestirebbe circa il 43% delle richieste nazionali per discendenza. Non passa la linea del tribunale.
«È importante ciò che spiegano i giudici» afferma De Pellegrin, «e cioè che la cittadinanza non è solo una questione formale, ma un legame reale con il Paese. Per questo il decreto viene considerato equilibrato: non tocca chi è già cittadino e neppure chi aveva già avviato la pratica. Anzi, la Corte parla di un intervento “correttivo” rispetto al passato, con alcune aperture per facilitare comunque il riconoscimento agli stranieri di origine italiana».
«Confermando il decreto 36 del marzo dell’anno scorso» puntualizza Barel «la Corte ha riconosciuto che la vecchia normativa era contraria ai valori costituzionali e ha ricavato dalla Costituzione una idea moderna della cittadinanza come partecipazione attiva alla vita del Paese. Una visione in linea con l’UE e col diritto internazionale, che apre ad una maggiore attenzione verso tutti quegli stranieri che vivono e lavorano in Italia».
In effetti - rileva il sindaco di Val di Zoldo - non si capiva perché ci dovessero essere cittadinanze italiane fittizie, a discendenti di oriundi magari interessati solo a qualche giorno di vacanza in Italia e, invece, riconoscimenti analoghi negati a persone straniere residenti da anni in Italia.
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