L’Ucraina non cede: «Russia e Biennale, no alla presenza in qualsiasi forma»
Post di Kiev dopo il colloquio fra Berezhna e Giuli, ma il governo resta diviso. Salvini: «Il ministro sbaglia»

Un caso internazionale, un braccio di ferro tra i “quasi amici” Alessandro Giuli, ministro della Cultura, e Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia per la partecipazione della Russia alla Biennale Arte. Lo scontro è aperto, gli scenari pure: la Biennale non arretra di un passo, il ministero ha messo nero su bianco la sua contrarietà.
Ora, torna a parlare l’Ucraina. Come? Attraverso un post del ministero della cultura, che immortala la Zoom call tra Tetyana Berezhna, ministro della Cultura dell’Ucraina e vice primo ministro per la Politica Umanitaria, oltre che commissaria del Padiglione, e Giuli. La posizione è netta: si è parlato di «coordinare la cooperazione bilaterale in ambito culturale e le iniziative internazionali volte a impedire qualsiasi forma di partecipazione russa alla Biennale di Venezia in violazione del regime sanzionatorio». In più, la parte ucraina ha sottolineato «l’inamissibilità di qualsiasi partecipazione della Russia a eventi culturali internazionali, anche sotto forma di spettacoli o presenza simbolica, nel contesto dell’aggressione e della distruzione del patrimonio culturale dell’Ucraina».
Quel «presenza simbolica» è un riferimento diretto al progetto pensato per il padiglione russo. Infatti, lo stratagemma adottato per aggirare i divieti e le sanzioni dell’Ue, è di non avere artisti al suo interno ma un’installazione video che ne presenterà la performance registrata a Venezia tra il 4 e l’8 maggio. Il video sarebbe visibile oltretutto senza entrare nel padiglione, che resterebbe chiuso ma con porte e finestre aperte.
La fermezza dell’Ucraina è condivisa da altri 22 paesi dell’Unione Europea (tra cui Francia e Germania), che nei giorni scorsi hanno inviato una lettera al presidente Buttafuoco in cui chiedono di fare un passo indietro sulla partecipazione della Russia. E, in più, la Commissione di Bruxelles è pronta a sospendere due milioni di fondi alla Biennale. Buttafuoco non ha ceduto di un millimetro, rilanciando anzi uno spazio per il dissenso. Neanche la richiesta di dimissioni della consigliera Tamara Gregoretti (espressione del Mic nel Cda della Biennale) ha cambiato le cose, con Gregoretti che resta.
L’arma di Giuli, quindi, è diventata la richiesta di documentazione, nello specifico le «modalità di allestimento e di gestione del Padiglione e alla loro compatibilità con il regime sanzionatorio in vigore». Documentazione che sarà data, da istituzione a istituzione. Se la chiave di volta (per il Mic) potrebbe trovarsi tra le carte, la politica continua a rumoreggiare. Il vicepremier e leader del Carroccio Matteo Salvini ribadisce l’appoggio a Buttafuoco.
«Giuli sbaglia perché la Biennale è un ente straordinario e autonomo, così come sbagliava chi non voleva alcune bandiere, alcuni atleti alle paralimpiadi», ha detto ieri. Attorno alla posizione di Buttafuoco, intanto si è creato un cordone di difesa tutto veneto: pur con sfumature diverse, lo appoggiano il presidente della Regione Alberto Stefani, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, il presidente del consiglio regionale Luca Zaia, il già sindaco di Venezia e filosofo Massimo Cacciari.
Fratelli d’Italia continua a non starci: ieri il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione Politiche dell’Unione Europea, ha difeso Giuli.
«La posizione di Giuli è di buon senso», afferma, «e rispecchia la volontà di gran parte degli Stati Europei». I pentastellati, invece, chiedono che Giuli venga a riferire del «caos» in Parlamento. Come sanare la frattura interna, politica, nazionale e internazionale? Un primo terreno di confronto tra i “quasi amici” potrebbe essere la presentazione dei lavori conclusi al padiglione centrale ai Giardini della Biennale, giovedì. Sarà da vedere.
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