Caso Fenice, Colabianchi: «Odio a causa mia? Venezi dica pure ciò che le pare»

Ma il sottosegretario Fazzolari la difende: «Una grande artista costretta a lasciare per un pregiudizio ideologico». Si fa strada l’ipotesi di una querela

Laura Berlinghieri

«Io avrei favorito un clima d’odio all’interno della Fenice? Ma Venezi che dica un po’ quello che le pare». Risponde stizzito Nicola Colabianchi, sovrintendente del teatro illuminato dai riflettori del mondo. Inedito palcoscenico della politica, segnatamente di quella di centrodestra, che da alcuni mesi sembra avere smarrito il suo centro di gravità.

C’è chi l’affaire Venezi lo legge esattamente così. Come l’esito dell’ennesima sfuriata della premier, che non perdona più niente a nessuno: nemmeno - tantomeno - agli amici. È una ricostruzione che nei giorni scorsi è filtrata sui giornali, venendo però smentita dal governo – e, d’altro canto, ha ribattuto Venezi stessa al Corriere: «Fossi stata scelta da Giorgia, sarei ancora alla Fenice».

E così è arrivata la puntualizzazione anche di Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: «Una decisione del genere non sarebbe stata di nostra competenza e Colabianchi ha agito in autonomia. L’unica conseguenza è che una grande artista ha dovuto lasciare per un pregiudizio ideologico».

Ma di conseguenze, in realtà, potrebbero essercene altre. Intanto, dal punto di vista artistico, appare scontato che la Fenice dovrà attendere a lungo prima di poter avere un nuovo direttore musicale, che costituisca Chung Myung-whun, che lo è de facto. Ma altre conseguenze potrebbero esserci sul piano giudiziario, per una vicenda - Venezi lo ha fatto capire senza girarci intorno - che potrebbe finire a carte bollate.

Intanto volano le accuse. Come quelle perpetuate ancora dalla direttrice - o direttore, come tiene a farsi chiamare lei - contro l’orchestra. Con nomi e cognomi: i cugini Marco e Anna Trentin, «in organico, parenti dello storico oboista della Fenice, Giorgio» ha ricordato Venezi al Corriere, precisando poi: «Magari sono i migliori su piazza, oppure no. Ma è evidente che ci sia una facilità».

Loro, con parte attiva nella battaglia di questi sette mesi - Marco è segretario provinciale della Fials, il sindacato dei lavoratori dello spettacolo - rispondono, bollando le parole della direttrice come «affermazioni diffamatorie» e suggerendo, di fatto, la possibilità di un secondo tempo nell’aula di un tribunale. E proseguono: «Sono parole che, oltre a evidenziare una totale mancanza di conoscenza del meccanismo dei concorsi pubblici in tale ambito, si qualificano come l'ennesimo attacco alla dignità e professionalità dei musicisti».

Nel calderone delle dichiarazioni, anche una battuta del ministro della Cultura Alessandro Giuli. Il quale, rispondendo all’appello di Fiorello contro la vendita dello storico Teatro delle Vittorie a Roma, ha detto: «Conteremo i pochi piccioli a disposizione del Ministero della Cultura e parleremo con la Rai. Se riusciremo con l'impresa potremmo realizzare un grande teatro sinfonico e nominerò Beatrice Venezi alla direzione». Fine.

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