Ferrara sulla Biennale sta con l’Ue: «Il padiglione russo non è uno spazio libero ma arte dello Stato»
Il fondatore del Foglio: «Questo è un gran pasticcio, Buttafuoco è incappato in un incidente seppur con buone intenzioni». E su come uscirne: «Può essere messo a disposizione uno spazio pubblico dedicato agli artisti non allineati»

«Sarà complicato venire a capo di questo guazzabuglio, pieno di equivoci e affermazioni temerarie». Il fondatore de Il Foglio, Giuliano Ferrara, non ha dubbi: nei preparativi della Biennale d’Arte si è creato «un gran pasticcio». E il cuore del problema, «non è la libertà dell’arte, ma l’arte di Stato».
Come orientarsi in una situazione così complessa?
«Il padiglione russo alla Biennale non rappresenta uno spazio libero per gli artisti russi. Se lo fosse, non ci sarebbe nulla da obiettare. Si tratta invece di un caso di arte di Stato: sono gli organi politici a esercitare il controllo e proporre la propria rappresentazione artistica. E ciò avviene in un contesto ben preciso: la Russia, pur legittimata nelle relazioni internazionali, è responsabile dell’aggressione all’Ucraina ed è sottoposta a sanzioni per una grave violazione dell’ordine pacifico europeo. Lo Stato utilizza l’arte come strumento di potere e la presenta all’interno di un’istituzione come la Biennale, che invece dovrebbe essere — nelle intenzioni dichiarate dal presidente Buttafuoco — la manifestazione della libertà creativa, quasi una tregua. Un’intenzione encomiabile, ma in conflitto con il fatto che quel padiglione non appartiene agli artisti russi, bensì allo Stato. D’altra parte, anche un’eventuale chiusura porrebbe un problema ulteriore: non si può rispondere a una dinamica autoritaria con un’altra dinamica autoritaria, perché si tratterebbe comunque di un intervento statale sulla cultura. Si finirebbe per riprodurre lo stesso meccanismo».
Come si può superare il conflitto tra Stato e autonomia delle istituzioni culturali?
«Avevo suggerito che lo Stato, come soggetto politico e culturale, mettesse a disposizione uno spazio per organizzare una kermesse artistica dedicata all’arte russa non allineata. Si poteva fare, per esempio, a Palazzo Ducale: un luogo simbolico, capace di parlare al mondo. In questo modo si sarebbe data voce a tutti coloro che non si riconoscono nella linea politica del Cremlino per offrir loro l’opportunità di esprimere voci diverse. Una specie di Biennale del dissenso come fece Carlo Ripa di Meana».
Come valuta la decisione dell’Unione Europea di ritirare i finanziamenti alla Biennale a causa della partecipazione della Russia?
«Mi sembra perfettamente legittima. L’Unione Europea si trova di fronte a uno Stato che ha aggredito un paese europeo e indipendente come l’Ucraina. Tra gli strumenti individuati per contrastare questa aggressione ci sono le sanzioni che rischiano di essere aggirate proprio attraverso operazioni come la riapertura del padiglione».
Che ne pensa delle critiche mosse alla partecipazione di Israele e degli Stati Uniti?
«L’arte deve restare libera: non dovrebbero esserci boicottaggi né ostilità preventive. Ma non tutte le storie possono essere ricondotte allo stesso canone. Un conto è aggredire l’Europa democratica, un conto è difendersi dalla rivoluzione degli Ayatollah. Un conto è distruggere città come Odessa, Charkiv o Leopoli, un conto è cercare di sventare la minaccia nucleare iraniana. Quando l’arte gode di autonomia va protetta. E va garantita anche la possibilità, per chi si oppone alla limitazione di questa autononia, di esprimere il proprio dissenso».
Se fosse nei panni del presidente della Biennale, manterrebbe la sua posizione o trarrebbe le conseguenze?
«Il presidente Buttafuoco ha espresso una posizione manifesto: tra veti e controveti ha scelto di aprire a tutti. La Russia ha colto questa occasione per riappropriarsi di quello spazio a fini di propaganda. Buttafuoco è incappato in un incidente, ma per buone intenzioni: voleva una tregua e si è ritrovato nel mezzo di una guerra degli artisti».
E la proposta della gondola con la gigantografia di Navalny?
«Era una provocazione, un gesto dimostrativo. Magari lo farei pure. Venezia è un simbolo universale: la città della bellezza, dell’arte, di ciò che riflette lo specchio della laguna. È brutto che di russo si veda soltanto il padiglione con Putin al comando».
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