Biennale, l’ex direttore Bonito Oliva: «Sbagliato accettare la Russia»
L’ex direttore non volle la Serbia in guerra negli anni ’90. Oggi si esprime sulle polemiche per il padiglione di Mosca nel 2026: «Sono d’accordo con l’Ue sulla revoca del contributo»

Ieri come oggi, la Biennale detta lo spirito del tempo. Era il 1993 quando il critico d’arte Achille Bonito Oliva, ragazzo del 1939 nato a Salerno e all’epoca direttore della Biennale Arte, tolse il padiglione della ex Jugoslavia alla Serbia Slobodan Milošević, «responsabile per la guerra in Bosnia». Lo ricorda al telefono con voce cauta il papà della Transavanguardia e voce del Gruppo 63. In quello spazio espositivo trovò casa una mostra pacifista. Più di trent’anni dopo, l’Unione Europea revoca 2 milioni di fondi alla Fondazione Biennale di Venezia a causa della riapertura del padiglione della Russia, esclusa dal 2022 in seguito dell’invasione dell’Ucraina.
Bonito Oliva, è d’accordo con la scelta della Commissione europea?
«Sì. Trovo che riaffermi nella gerarchia la predominanza dell’arte, senza lasciare che in qualche modo la politica se ne approfitti, che ne faccia un megafono. Quanto stabilito dall’Ue ripristina il valore della autonomia della cultura rispetto anche alla politica».
Perché non ospitare artisti dissidenti serbi, a quel tempo, e russi nell’edizione corrente?
«Sarebbe stato meno radicale, anche adesso».
Ci racconti com’è andata quando era lei direttore.
«Il presidente della Biennale era Gian Luigi Rondi. Ricevetti l’incarico più o meno un anno prima. Non avrei potuto farlo perché i singoli Paesi gestiscono autonomamente i relativi padiglioni, ma era necessario. La mia proposta spregiudicata venne accettata. Decisi di levare alla Serbia il padiglione della ex Jugoslavia».
Come venne riconvertito quello spazio?
«Al suo interno venne ospitata una mostra intitolata “Macchine della pace”, curata da Laura Cherubini e Paola Ugolini. L’esposizione fu una risposta alla crisi e alla guerra balcanica. Riutilizzammo uno spazio nazionale bloccato dai conflitti politici per esporre sette opere provenienti dal Museo della pace di Montecassino come segno di opposizione alla logica bellica. La questione era sottrarre la gestione del padiglione alle singole fazioni in lotta, affidandolo a un progetto pacifista».
Che reazioni riscontrò a Venezia e nel mondo?
«Dichiarai pubblicamente le mie intenzioni. Ci furono delle proteste ma la Biennale di Venezia era la manifestazione più attuale e vicina alla sensibilità delle persone che si occupavano di arte. Trovai proprio essenziale dare un segnale forte in quel contesto così osservato. Mi sembrava con il mio atteggiamento di creare un momento di riflessione».
E così è stato?
«Lei, a distanza di 33 anni, se lo è ricordato e mi ha telefonato».
Autonomia dell’arte, si diceva.
«Io volevo dare un segnale di autonomia dell’istituzione culturale che mi trovavo in quel frangente storico così delicato a dirigere, non subire o essere sottoposto a una situazione sul piano politico molto imbarazzante. Direi, anche, non sottomettere l’arte a un pregiudizio dei vari Paesi in concorso».
Quale pregiudizio?
«Il giudizio sugli artisti sarebbe stato pregiudicato dal giudizio sulla guerra. La politica avrebbe sopravanzato il valore dell’arte in sé. Penso che la cosa abbia funzionato».
È dovere delle istituzioni culturali esporsi rispetto alle crisi internazionali?
«Questa è la affermazione che feci con la mia Biennale».
Come la ricorda la sua Biennale: “Punti cardinali dell’arte”?
«Interdisciplinare. Transnazionale. Un progetto organico e complesso, il campo dell’arte più alta rispetto alla contingenza della politica che in qualche modo provava a servirsene. Si sviluppava in tutta la città, costringendo il visitatore a muoversi».
Torna volentieri a Venezia?
«Dal 1993, non ho perso una esposizione».
Come ha vissuto l’incarico?
«È stata una avventura. Mi sono trasferito per un anno e mezzo in città, sospendendo l’insegnamento alla Sapienza. Trascorrevo la maggior parte del tempo alla Biennale. Questa nomina ha valorizzato la mia personalità. In quel periodo il critico poteva farsi interprete e anche protagonista. La vera magia della Biennale resta il poter dialogare con il resto del mondo».
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