Alberto Trentini a Che tempo Che Fa: «Eravamo pedine di scambio»

Il cooperante veneziano per la prima volta in tv dopo la detenzione in Venezuela: «Quando mi hanno arrestato ho temuto mi potessero uccidere»

Isabel Barbier
Alberto Trentini con Fabio Fazio e la mamma Armanda
Alberto Trentini con Fabio Fazio e la mamma Armanda

«Ho avuto paura di morire nei primi giorni dopo il fermo, mi hanno incappucciato e portato verso la campagna, poi legato a una sedia e sottoposto alla “macchina della verità”: ammanettato, sotto interrogatorio, con sensori sui polpastrelli e sul corpo. Se sudi, stai mentendo, e loro alzavano apposta la temperatura. Di essere solo una pedina di scambio me ne sono reso conto due mesi dopo. A dirlo, senza giri di parole, è stato il direttore del carcere».

A venti giorni da quel volo atterrato a Ciampino che lo ha riportato in libertà, e dopo settimane di silenzio lontano dai riflettori, Alberto Trentini rompe il riserbo e parla per la prima volta in pubblico, ospite di Fabio Fazio a “Che Tempo Che Fa”.

Mamma Armanda in prima fila
Mamma Armanda in prima fila

Semplice t-shirt nera, scarpe da ginnastica, il cooperante veneziano non cede mai alle lacrime: a crollare, più e più volte, è mamma Armanda, ad ascoltarlo in prima linea in accanto all’avvocata Alessandra Ballerini. «Ho subito torture psicologiche, mai fisiche» prosegue Alberto, «una guardia di alto livello parlava apposta ad alta voce, lasciando intendere che l’indomani sarebbe stata impegnata a firmare bollette di scarcerazione per due italiani. Altre volte dicevano che avevano fretta di tagliarci i capelli. Illusioni costruite ad arte. Lì violare diritti e dignità è la normalità. Ma una regola c’era: le pedine di scambio dovevano restare in salute. Chi si rifiutava di mangiare veniva intubato con la forza o trascinato al “cuarto piso”: nudo, ammanettato, costretto a dormire a terra».

Di essere un ostaggio lo capisce subito, quando si accorge che non c’è alcuna convalida dell’arresto. Le uniche notizie filtrano da una radio di propaganda. «Propaganda, appunto. Già il 15 agosto si parla di un intervento della flotta statunitense, poi dell’arrivo di una portaerei, poi il cambio del direttore del carcere. Tutto passa di bocca in bocca, voci gonfiate, illusioni che corrono. Qualcuno grida “In una settimana siamo liberi”. A gennaio 2026, però, solo giorni dopo arriva la notizia del rapimento di Maduro. Sapevamo che era successo qualcosa di grave, ma non cosa».

Racconta di celle cambiate di continuo, «due metri per quattro, una turca che era insieme latrina, doccia e rubinetto. L’acqua solo due volte al giorno, giusto il tempo di svuotare il wc». Gli occhiali da vista sequestrati subito, in trasmissione parla con le lenti a contatto. Le ore d’aria, pochissime, soprattutto nel primo mese, per «sottometterti», tramutate poi in cinque ore cinque giorni alla settimana.

La fase più dura? «Il primo interrogatorio di quattro ore e la macchina della verità. Il funzionario insisteva ossessivamente sul terrorismo, sullo spionaggio, mi chiedeva se ero venuto in Venezuela per rovesciare il regime. Faceva di tutto per farmi sbagliare, per giustificare la mia detenzione. Anche la “pecera” è stata un incubo. Una vasca dove tu non vedi fuori, ma tutti gli altri vedono te. Dieci giorni nel quartiere di controspionaggio. Prima del Rodeo, sono rimasto con 60 detenuti in una sola stanza, seduti dalle 6 alle 21, senza parlare, con l’aria condizionata sparata al massimo. Al Rodeo eravamo tutti incappucciati, dalle guardie al medico. Per uscire dalla cella mi coprivano con un passamontagna, proibito guardare il corridoio».

Ora ci vorrà ancora tempo: «Devo ancora incontrare mio padre. Abbiamo fatto solo videochiamate, e io sono stato lontano da Venezia, con la famiglia materna e la mia fidanzata, ho visto anche la neve in montagna». Se lo rifarebbe? «Sì, non escludo di tornare a fare il cooperante». Infine i ringraziamenti a Mattarella, agli amici e a tutte le associazioni che lo hanno riportato a casa, dopo 423 giorni di prigionia. 

 

 

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