Ecco come i roditori più audaci riescono a rigenerare i boschi

I risultati del progetto di ricerca guidato dal docente di Ecologia Alessio Mortelliti: si studiano le personalità degli animali

Giulia Basso
Un roditore
Un roditore

Mezzanotte in un bosco delle Prealpi Giulie. Il fascio di luce di una torcia illumina il terreno, seguendo una scia fluorescente: sono le tracce lasciate dai topi che hanno preso i semi marcati con una polvere speciale e li hanno nascosti chissà dove. I ricercatori li seguono come i sassolini di Pollicino, risalendo il percorso del roditore fino al punto in cui il seme è stato nascosto. Perché quel punto esatto – sotto una radice, in una cavità, a dieci metri dalla pianta madre – potrebbe determinare se quel seme diventerà un albero o no.

Alessio Mortelliti, professore associato di Ecologia al Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste, è rientrato in Italia nel 2022 dopo dieci anni all’Università del Maine. Studia il comportamento animale e come la personalità del singolo individuo possa influenzare l’intero ecosistema. Il modo in cui lo fa assomiglia poco all’idea comune di scienza da laboratorio. «È un lavoro senza orari, perché è molto difficile prevedere quanto tempo passerai sul campo: a volte possono essere anche dieci ore – spiega il docente –. Ma dipende anche dal meteo, che per chi lavora tra boschi e montagne è cruciale».

Il progetto che sta portando avanti in Val Alba, nelle Prealpi Giulie, ruota attorno a una domanda insolita: la personalità di un topo può influenzare la rigenerazione di una foresta? La risposta, dopo anni di ricerca, è sì. I roditori più audaci percorrono distanze maggiori con i semi e li nascondono in siti più favorevoli alla germinazione. Per studiarlo, dottorandi e tesisti vivono in un rifugio per dieci giorni al mese. Si svegliano prima dell’alba per controllare le trappole, fanno i test comportamentali sugli animali – che vengono catturati, osservati, marcati con un microchip e rilasciati – e al tramonto dispongono i semi fluorescenti. Di notte escono a seguirne le tracce. «Gli studenti che fanno la tesi con me capiscono subito che questo lavoro richiede motivazione massima e massima flessibilità», racconta Mortelliti.

Il secondo progetto in corso copre l’intero Friuli Venezia Giulia. La Regione ha finanziato infatti uno studio sullo sciacallo dorato, specie in rapida espansione nel territorio, dove è arrivato alla metà degli anni ’80 proveniente dai Balcani: l’obiettivo è stimarne la popolazione e sviluppare sistemi di deterrenza per gli allevamenti. Due dottorandi e alcuni laureandi stanno installando fototrappole nelle Alpi, nelle Prealpi, nella pianura friulana e nel Carso. Per attrarre gli animali, il team usa un’esca insolita. «A Trieste non si trovano più sardine in scatola perché le abbiamo comprate tutte noi», scherza Mortelliti. «Le attacchiamo agli alberi, chiuse nella loro scatola ma con il liquido che cola. L’odore attira lo sciacallo, che non riesce a mangiare la sardina ma intanto viene filmato». Gli sciacalli del Carso, dove avvistare un esemplare non è affatto infrequente, nota il professore, sembrano più audaci di quelli delle zone rurali – forse perché più abituati alla presenza umana.

Tesisti e dottorandi trascorrono fino a sei mesi tra monti e boschi, camminando anche venti chilometri al giorno. «Imparano a lavorare in gruppo, a gestire l’imprevisto – se piove devi riorganizzare tutto il giorno successivo – e capiscono cosa significa davvero fare questo lavoro». La summer school estiva porta i partecipanti per una settimana nella Riserva naturale dell’isola della Cona, alla foce dell’Isonzo, dove imparano a catturare i mammiferi ed escono di notte per seguirne i movimenti. Anche nel laboratorio d’ateneo, dove una dottoranda studia come le spore dei funghi disperse dai roditori entrino in simbiosi con i semi in germinazione, i ritmi sono dettati dalla biologia, non dal calendario accademico.

In Friuli Venezia Giulia, come nel Maine, la ricerca non dorme mai. E qui ci sono pure alcuni vantaggi: pochi orsi, che in America danneggiavano trappole e attrezzature, e relativamente poche zanzare. La burocrazia italiana, però, sa farsi sentire quanto un orso del Maine. —

 

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