La scoperta dell’Ogs di Trieste: «Così il sale mantiene in vita il Mediterraneo»
Lo studio del team di Milena Menna mostra come l’aumento della salinità compensa gli effetti negativi del riscaldamento del mare

Un fiume invisibile scorre ogni inverno lungo la costa dell’Adriatico. Nasce nel Golfo di Trieste, quando la bora irrompe dal Carso e raffredda le acque superficiali fino a renderle più dense di quelle circostanti. Questa massa d’acqua fredda e pesante scivola verso sud, costeggia Romagna e Marche, e quando raggiunge il Sud Adriatico – dove il fondale sprofonda fino a 1.200 metri – affonda verso il basso, innescando il rimescolamento verticale che ossigena le acque profonde e riporta i nutrienti in superficie. Questa corrente è uno dei meccanismi che tengono in vita il Mediterraneo.
Se oggi funziona ancora, nonostante l’aumento delle temperature, è in buona parte merito del sale. Lo sostiene uno studio pubblicato su Environmental Research Communications, firmato da Milena Menna come prima autrice e realizzato insieme ad altri colleghi della Sezione di oceanografia dell’Ogs. La ricerca analizza le dinamiche del Mediterraneo centrale tra il Mare Adriatico e il Mar Ionio nel periodo 1993-2023. I risultati mostrano che la salinità negli strati superficiali del Mediterraneo centrale è aumentata a un ritmo quasi triplo rispetto al trend storico, modificando la circolazione dei due grandi vortici dell’area: il South Adriatic Gyre e il North Ionian Gyre. Picco toccato il 2 ottobre 2021, quando a soli 9 metri di profondità è stata misurata una salinità di 39,35 unità, contro valori che fino a qualche decennio fa si aggiravano intorno a 38,6-38,7.
«Quello che sta accadendo è che il Mediterraneo orientale, la parte levantina, diventa sempre più arido e caldo», spiega Menna. «L’evaporazione aumenta, il mare perde acqua ma trattiene il sale. Questa massa più salata si sposta verso ovest, arriva nello Ionio e in Adriatico, dove crea gradienti di salinità tra il bordo e il centro dei grandi vortici oceanici».
Sotto lo strato superficiale agitato dal vento, sono i gradienti di densità a guidare le correnti. E la densità dipende da due variabili che si contrastano: la temperatura, che scalda e alleggerisce l’acqua, e la salinità, che la appesantisce. In un mare che si riscalda in modo costante e progressivo, la temperatura agisce sempre nello stesso senso, riducendo la densità degli strati superficiali. È la salinità a compensare questo effetto, appesantendo l’acqua e mantenendo in moto quei meccanismi di circolazione che il riscaldamento dell’acqua rischierebbe di bloccare. «La temperatura riduce la densità degli strati superficiali, aumenta la stratificazione e rende più difficile il rimescolamento verticale», dice Menna. «La salinità agisce in senso opposto. Così sta funzionando da buffer: compensa quello che la temperatura non riesce più a fare».
È anche grazie all’aumento di salinità che nel Mediterraneo centrale la convezione invernale continua a funzionare, a differenza di quanto accade nel Mediterraneo occidentale, dove dal 2017-2018 questo meccanismo si è indebolito. Le implicazioni vanno oltre la fisica oceanografica. La convezione invernale è, spiega Menna, qualcosa di simile all’aratura di un campo: «Come un agricoltore che rivolta la terra prima di seminare, per riportare in superficie i minerali e l’acqua che sono scesi in profondità, il mare ha bisogno di questo rimescolamento verticale per essere produttivo. I nutrienti tendono a scendere verso il fondo, ossigeno e luce restano in superficie: senza convezione i due elementi non si incontrano e il mare è più povero».
Un Adriatico meno produttivo significa meno plancton, meno pesce, effetti a catena sull’intera filiera. Per arrivare a queste conclusioni, il gruppo dell’Ogs ha combinato dati di galleggianti Argo e glider oceanici, immagini satellitari e modelli numerici su un arco di trent’anni. Ma quanto durerà l’effetto tampone del sale? Menna è cauta: «Dal 2024 il processo di arrivo di acqua salata in superficie ha già rallentato. Il sistema è complesso e non lineare». Quello che lo studio stabilisce è che monitorare la salinità, considerata a lungo una variabile secondaria rispetto alla temperatura e ai gradienti di livello del mare, è essenziale per capire dove sta andando il Mediterraneo. —
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