Il respiro dell'oceano profondo e le “intelligenze abissali” che influenzano il pianeta

Tecnologie iperbariche, campionamenti della nave Laura Bassi e la mappa che manca. Gli esperti mettono in guardia prima di avviare l'estrazione mineraria

Giulia Basso
La nave da ricerca Laura Bassi dell'Ogs
La nave da ricerca Laura Bassi dell'Ogs

Negli abissi regna il buio più totale, eppure miliardi di microrganismi continuano a respirare. Quel respiro, sotto forma di anidride carbonica prodotta a duemila metri di profondità, riesce a risalire fino a noi. L’oceano profondo copre oltre il 65% della superficie del pianeta e custodisce la più grande riserva di biodiversità microbica della Terra, eppure resta in larga parte sconosciuto.

Ne parleranno venerdì 25 settembre, alle 15 in piazza Unità d’Italia a Trieste, il biologo marino Roberto Danovaro e la direttrice generale dell’Ogs Paola Del Negro, nell’incontro “Intelligenze abissalidi Trieste Next. «Quando pensiamo agli abissi, la parte preponderante della vita che li abita è microscopica», spiega Del Negro.

Organismi degli abissi

I virus marini, per lo più batteriofagi, infettano le cellule batteriche e ne liberano il contenuto organico in acqua. Altri microrganismi lo assorbono e lo metabolizzano, respirando e rilasciando CO2. Quella anidride carbonica, con i movimenti delle masse d’acqua, può risalire in superficie: ciò che accade a duemila metri di profondità, insomma, non resta confinato là sotto, e la crisi climatica rende ancora più urgente colmare le nostre lacune sul mondo degli abissi.

«Sappiamo che il rialzo termico della superficie degli oceani arriva anche in profondità, ma dei fondali oltre i mille/duemila metri conosciamo pochissimo – avverte Del Negro –. Non riusciamo a prevedere quanto le trasformazioni di superficie possano essere amplificate quando raggiungono gli abissi».

I mezzi della ricerca

Colmare questa lacuna significa prima di tutto fare i conti con un problema fisico. Portare in superficie un campione raccolto a tremila metri, spiega Del Negro, «è come salire sull’Everest senza acclimatazione: i microrganismi ne risentono terribilmente». Solo negli ultimi anni le camere iperbariche hanno permesso di mantenere la pressione originaria durante la risalita, rendendo possibile un’analisi biologica affidabile.

Ad affiancarle, Rov dotati di bracci meccanici e telecamere che raggiungono i tremila metri, e batiscafi autonomi capaci di scendere ancora più in profondità, fino a permettere l’immersione diretta di ricercatori.

È anche grazie a questi strumenti più raffinati che emerge quanto resti da scoprire: gran parte del DNA ambientale raccolto nei campioni è attribuibile a batteri o ad archea, ma una parte resta senza una collocazione precisa. Si sospetta possano essere funghi, una componente finora poco studiata alle grandi profondità.

L’obiettivo della ricerca

È proprio questo il cuore del progetto Deep-Fun, Deep-sea Microbial-Fungal Interactions and their role in global ecosystem functioning, finanziato con due milioni di euro dal Fondo Italiano per la Scienza e coordinato da Danovaro, tra i massimi esperti mondiali di ecosistemi marini profondi. L’obiettivo è chiarire come le componenti fungine si relazionino con quelle batteriche e quale ruolo giochino negli equilibri globali. Le attività di campionamento capitalizzeranno i trasferimenti della nave da ricerca polare Laura Bassi durante le rotte verso l’Antartide, con la collaborazione dell’Ogs.

Capire come queste “intelligenze abissali” interagiscano è un altro obiettivo del progetto. Le diverse specie del mondo microbico comunicano tra loro attraverso segnali chimici che regolano riproduzione e proliferazione, spiega Del Negro, e uno degli scopi della ricerca è capire se questo linguaggio attraversi anche i confini tra comparti diversi, tra batteri, virus e funghi: una forma di comportamento collettivo e adattivo.

L’avvertimento sull’estrazione mineraria

Su questo terreno ancora largamente inesplorato si affaccia oggi anche l’interesse economico per l’estrazione mineraria dei fondali, il cosiddetto deep sea mining. Ma Del Negro avverte: «Andare a fare un dragaggio in un posto che non conosciamo, per quanto le risorse possano essere indispensabili, è un rischio notevole. Dovremmo prima avere una mappatura precisa dei fondali oceanici». Perché, conclude Del Negro, «oggi abbiamo occhi ovunque, persino nello spazio. L’unico luogo che resta ancora in gran parte sconosciuto è il fondale oceanico».

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