Il ricercatore del Cnr: «Farà sempre più caldo, con più eventi estremi e lunghe fasi di siccità»
Colucci: «Ormai è troppo tardi per ridurre le emissioni». E sull’estate dei record del 2003: «L’anomalia di quell’anno era di circa quattro deviazioni standard, oggi di appena una»

«Farà sempre più caldo». Renato Colucci, primo ricercatore dell’Istituto di scienze polari del Cnr e docente di Glaciologia e Global and Regional Climate Change all’Università di Trieste, non regala illusioni per descrivere la traiettoria del clima. «I trend sono a salire», spiega sul finire di un’estate caratterizzata da temperature costantemente sopra la media e che ancora nei primi giorni di settembre hanno ritoccato i record precedenti. Secondo il ricercatore, peraltro, il dato più significativo non è tanto il confronto con i picchi del passato, quanto il fatto che temperature un tempo eccezionali stiano entrando nella normalità.
Colucci, stiamo vivendo un’estate paragonabile a quella storica del 2003?
«In particolare nel Carso, come valori di temperatura media sì, ma con una differenza: il clima che c’era all’inizio degli anni Duemila ha reso quell’estate straordinaria e molto al di sopra della media. L’anomalia era di circa quattro deviazioni standard, cioè andava quattro volte al di sopra della normale variabilità del clima».
Oggi invece?
«La deviazione standard è attorno all’uno. Significa che sta sostanzialmente all’interno della normale variabilità del clima che abbiamo adesso».
Dunque dobbiamo aspettarci altre estati così?
«Inevitabilmente. Probabilmente l’anno prossimo magari non sarà così caldo, ma è molto probabile che nel giro di tre-quattro anni potremo avere un’estate di nuovo come questa. O più calda».
Più preoccupante questo scenario o il rialzo significativo pure della temperatura del mare?
«A livello globale mi preoccupa di più la temperatura degli oceani, che sta aumentando non solo nell’Adriatico, ma su tutto il pianeta. Qui masse d’acqua calda in autunno non sono automaticamente foriere di eventi di pioggia intensi o alluvionali, ma sicuramente li favoriscono».
Dopo la siccità dobbiamo dunque temere le alluvioni?
«Se l’atmosfera è più calda, se il mare è più caldo, queste due cose assieme fanno sì che ci sia più vapore acqueo in atmosfera. Quando questo vapore viene condensato e porta le precipitazioni, queste tendono a essere più violente. Al tempo stesso, la modifica delle configurazioni atmosferiche può portare anticicloni sempre più persistenti, sempre più forti, sempre più duraturi. Possiamo dunque avere lunghi periodi in cui non piove, come è successo quest’estate, e poi in pochi giorni recuperiamo tutta l’acqua che non abbiamo ricevuto».
La catastrofe in Nepal e Tibet può ripetersi anche sulle Alpi?
«L’aumento delle temperature alle alte quote intacca non solo il ghiaccio, ma anche le proprietà meccaniche della roccia, perché entra in gioco il permafrost, ma dobbiamo usare cautela nell’attribuire già quell’evento al riscaldamento globale. Sulle Alpi, invece, è stato provato il legame con l’aumento delle temperature in casi come la Marmolada, Blatten e il crollo del Piz Scerscen, Un elemento di sicurezza in Europa è il monitoraggio, decisamente superiore ad altre aree del mondo».
E da noi?
«Non ci sono praticamente più ghiacciai. Tragedie del genere non possono capitare».
Ai negazionisti cosa dice?
«Premesso che non amo chiamarli così, credo che la cosa più importante sia suggerire loro di informarsi. Cosa sta succedendo? Perché succede? Se lo so, lo capisco, lo comprendo, posso agire. Se invece non lo so e ho la testa piena di fake news, è chiaro che non posso risolverlo».
Siamo già in ritardo per contenere le emissioni?
«Sì. Ormai la temperatura è aumentata, farà sempre più caldo, ci saranno periodo di siccità prolungati ed eventi estremi, e non ci saranno cambiamenti al trend per chissà quanto tempo. Del resto, i primi allarmi seri risalgono agli anni Ottanta. Avessimo agito subito, non saremmo a questo punto. E oggi, anche interrompendo immediatamente le emissioni, comunque saremmo costretti a tenerci il problema per tanti decenni».
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