Pfas, la bonifica Miteni è ancora ferma: la falda inquinata si allarga

Pfas in Veneto, la bonifica dell’ex Miteni resta in stallo. Il libro di Gianni Poggi ricostruisce l’inquinamento, le responsabilità e i rischi per la falda​​​​​​

Albino Salmaso
PFAS in Veneto, la bonifica Miteni è ancora ferma
PFAS in Veneto, la bonifica Miteni è ancora ferma

Si potrà mai liberare il Veneto dall’incubo dei Pfas? Dopo aver letto il libro di Gianni Poggi è difficile coltivare l’ottimismo perché lascia aperti gli interrogativi sulla sfida più complessa: la bonifica della Miteni è ferma al palo e la falda freatica avvelenata si allarga non solo nel bacino dell’Agno-Fratta-Gorzone e del Bacchiglione, ma minaccia i Comuni di Vicenza, Verona, Padova e Rovigo e lambisce la laguna di Chioggia tra Punta Gorzone e Ca’ Pasqua nella foce del Brenta. Il motivo dello stop è semplice: rimuovere i 60 ettari tra le colline, il torrente Poscola e l’autostrada Pedemontana a Trissino costa un occhio della testa: 800 euro per ogni tonnellata di terreno, con l’Arpav che ha già speso 8 milioni.

Dopo un braccio di ferro giudiziario il 27 maggio 2026 il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso della Provincia di Vicenza confermando in via definitiva che a “inquinare la Miteni sono state Mitsubishi, Eni Rewind e gruppo Ici cui compete l’obbligo della bonifica assieme a Manifattura Lane Marzotto”, si legge a pagina 141 del volume “Pfas, Veneto avvelenato”, edito da Ronzani.

Il collettore

L’altro interrogativo è legato al collettore Arica che raccoglie i reflui dei depuratori di Trissino, Arzignano, Montecchio, Montebello e Lonigo e li immette nel canale irriguo Leb a Cologna Veneta e Montagnana: qui nel 2011 il Cnr ha rilevato concentrazioni di Pfoa superiori a 1000 ng/litro.

Sarà mai bonificata la “zona rossa” dei Pfas? I comitati popolari denunciano ritardi intollerabili, l’emergenza non riguarda solo il Veneto ma anche la Solvay di Spinetta Marengo ad Alessandria e le concerie che scaricano nell’Arno e nel Tevere.

Gianni Poggi è un avvocato di Vicenza, per Tva si è occupato dell’epopea di Paolo Rossi e ha scritto un libro sul movimento No Dal Molin contro la base Nato prima di mettere la lente sui Pfas.

Tutto nasce nel 1965, quando Giannino Marzotto nella sua villa a Trissino fonda la Rimar Chimica. Nel 1966 una nuvola di acido fluoridrico “brucia” la vegetazione e il sindaco Luciano Rizzi, su pressione del parroco, firma un’ordinanza che blocca l’azienda che si trasferisce sul greto del torrente Poscola sopra una ricarica di falda e inizia a produrre Pfas di prima generazione, nitroalogenoderivati (Nad) e benzotrifluoruro (Btf), la base dei fitofarmaci e dei pesticidi.

Nel 1977 la prima vera grande emergenza: gli acquedotti di Sovizzo e Creazzo vengono chiusi per avvelenamento da Btf e i sindaci portano l’acqua alle famiglie con le autobotti.

Rimar si ferma per 14 mesi, 8 dirigenti sono rinviati a giudizio davanti al Pretore di Vicenza per avvelenamento delle acque ma il 14 aprile 1979 scatta l’amnistia con la sentenza di “non doversi procedere”: è un colpo di spugna.

La nascita di Miteni

Nel 1985 EniChem acquista il 51% di Rimar, nel 1988 Mitsubishi Italia rileva la quota Marzotto e nasce Miteni e nel 2009 l’azienda passa alla Icig, un colosso lussemburghese con 6000 dipendenti.

Gianni Poggi ricostruisce sia l’inchiesta giudiziaria che quelle politiche, nate dopo il dossier Cnr del 2011sui Pfas nei fiumi italiani. Il consiglio regionale del Veneto e il Parlamento avviano indagini che fotografano l’emergenza sanitaria e ambientale per oltre un milione di persone e il governo Gentiloni stanzia 80 milioni per rifare 4 acquedotti.

Il M5s con Sonia Perenzoni ed Enrico Cappelletti depositano denunce in procura a Vicenza, scatta l’inchiesta della magistratura con il processo e il 26 giugno 2025 la corte d’Assise presieduta da Antonella Crea commina condanne per 141 anni e fissa risarcimenti per le parti civili pari a 75 milioni. Giustizia è fatta? No. Fino a quando non si completerà la bonifica di Miteni.

 

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