Mose, l’allarme degli scienziati: «Oltre 200 giorni di chiusura l’anno, la laguna rischia»
Uno studio dell’Ogs pubblicato su Scientific Reports evidenzia gli effetti delle chiusure del Mose sul ricambio dell’acqua e sull’equilibrio dell’ecosistema lagunare. Con l’innalzamento del mare, nello scenario climatico estremo le barriere potrebbero restare chiuse oltre 200 giorni l’anno

Il Mose difende la città dalle acque alte, ma crea danni alla laguna. E le sue chiusure, destinate ad aumentare sempre di più per i cambiamenti climatici, producono effetti negativi sull’ecosistema.
Un nuovo studio dei ricercatori triestini dell’Ogs, l’Istituto nazionale di Oceanografia e Geofisica sperimentale, ora pubblicato sulla rivista Scientific Report, riaccende i fari sulla questione, già sollevata in passato da scienziati indipendenti.
«Il Mose limita l’innalzamento del mare all’interno della laguna e difende la città. Ma aumenta in modo significativo il tempo di rinnovo dell’acqua», dice Donata Caru, ricercatrice della sezione oceanografica dell’Ogs.
Nello scenario “estremo”, adottato però oggi come probabile dai ricercatori e dall’Ipcc, il panel dei governi che osserva lo stato degli oceani, nei prossimi decenni il mare potrebbe aumentare fino a un metro, il clima riscaldarsi sempre di più. In questo modo le chiusure del Mose supererebbero i 200 giorni l’anno e il Mose sarebbe chiuso due giorni su tre. Un problema ben presente agli scienziati critici sulla grande opera come l’ingegnere idraulico Luigi D’Alpaos.
«È una storia che conosciamo bene», dice, «fin dagli anni Settanta l’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova aveva messo in allarme. Ma i nostri studi sono rimasti inascoltati. C’era fretta di spendere i soldi dello Stato soltanto nella grande opera del Mose».
Il Mose, costato finora quasi sette miliardi di euro, su cui pesano ancora le incognite sulla durata e sulla manutenzione. Ma che non risolve i problemi di difesa della laguna. «Per le maree medio alte, in continuo aumento a causa dell’effetto serra e dei cambiamenti climatici», dice D’Alpaos, «era necessario realizzare opere complementari e alternative. A cominciare dalle difese a mare, dal rialzo della pavimentazione e dalle difese per insula, cioè a livello locale. E soprattutto evitare nuovi scavi dentro la laguna come invece si sta facendo».
Oltre al problema del ricambio d’acqua e della minaccia all’equilibrio dell’ecosistema per flora e fauna, l’emergenza riguarda la distruzione delle barene e la perdita dei sedimenti in mare. Un milione di metri cubi l’anno vengono “consumati” dalle correnti nel frattempo modificate proprio per i grandi scavi e i grandi lavori, e i sedimenti portati in mare. Uno studio che collega questo fenomeno all’utilizzo troppo frequente delle dighe mobili è stato firmato dall’ingegnere padovano Andrea D’Alpaos. Un altro, firmato da Luigi D’Alpaos, mette nero su bianco i rischi delle aperture “differenziate” delle barriere mobili alle tre bocche di porto. Introdotto qualche anno fa per tutelare il traffico portuale a Malamocco.
«Le chiusure di una sola bocca o di una parte delle barriera«, dice lo scienziato, «creano altri danni irreversibili. Abbiamo il dovere di proteggere la città, ma anche di difendere la laguna». E ora l’ultimo studio dell’Istituto di Oceanografia triestino conferma gli allarmi inascoltati per decenni. Il Mose non può essere l’unica difesa per le acque alte, se non a rischio di distruggere la laguna. «Proiezioni accurate dei cambiamenti climatici del prossimo futuro», dice la ricercatrice Donata Canu prima firmataria dello studio, «sono essenziali per guidare le politiche di mitigazione dei fenomeni e quelle di adattamento alla nuova realtà». Perché un fatto è certo. Il clima cambia e le maree aumentano in odo esponenziale. Il Mose non potrà essere sollevato tutti i giorni se non mettendo a rischio l’intero ecosistema lagunare.
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