La pesca e la guerra della Ue al piombo in mare: «La cautela è d’obbligo con i metalli pesanti»

La ricercatrice dell’Ogs Ginevra Rosati spiega gli effetti sugli ecosistemi marini

Laura Blasich
Ginevra Rosati, biologa ambientale e ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste
Ginevra Rosati, biologa ambientale e ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste

Che il piombo possa provocare danni alla salute umana, oltre che ad altri organismi, con effetti di forte neurotossicità, è noto da tempo, come dimostra la messa al bando globale della sua presenza nella benzina sin dai primi anni 2000.

L’esposizione nei primi due secoli dopo Cristo ad alte concentrazioni dei romani, a causa dell’aumento della produzione di monete d’argento e della sua estrazione, avrebbe provocato loro una diminuzione del quoziente intellettivo, come risulta da una ricerca pubblicata su Pnas.

«Gli effetti dipendono però dalla concentrazione, dalla durata dell’esposizione, dal tipo di organismo», ricorda Ginevra Rosati, biologa ambientale e ricercatrice dell’Ogs di Trieste, le cui attività di ricerca si focalizzano sulla comprensione delle dinamiche di dispersione, trasformazione e bioaccumulo di contaminanti in ecosistemi marino-costieri con il supporto di modelli biogeochimici.

Nuove evidenze scientifiche hanno aumentato il livello di preoccupazione riguardo all’esposizione anche a bassissime concentrazioni di piombo. Si ritiene che ci siano effetti sullo sviluppo neurologico, senza una soglia sicura di esposizione. Inoltre, è stato osservato un forte impatto dei pallini di piombo sull’avifauna, che li ingerisce accidentalmente, andando incontro ad intossicazione acuta. Non a caso questi sono già vietati dall’Ue nelle aree umide, ma si stima che la dispersione di attrezzature da pesca causi il rilascio di circa 4.800 tonnellate di piombo in ambiente ogni anno.

I metalli pesanti, com’è il piombo, che effetti provocano sugli organismi marini?

«L’inquinamento da metalli pesanti può avere effetti subdoli che si può fare fatica a osservare fintanto che le concentrazioni ambientali rimangono a livelli considerati accettabili. Parliamo di alterazioni a livello molecolare, ma anche di impatti sulla riproduzione che possono portare alla scomparsa delle specie più sensibili alterando la struttura dell’ecosistema. Un altro esempio di effetto sub-letale è l’aumento del movimento nei pesci, che causando un inutile dispendio energetico li rende più esposti ad altri stress come ondate di calore o parassiti. Una volta immesso in ambiente il piombo, come gli altri metalli pesanti, tende ad accumularsi nei sedimenti, dove però può essere rimobilizzato verso le acque.

Nel caso specifico di oggetti in piombo rilasciati in ambiente l’acqua di mare, per le sue caratteristiche, ne provoca la corrosione, quindi la sua dispersione verso la matrice acquosa. Entro certi limiti gli organismi e gli ecosistemi sono in grado di rispondere all’inquinamento, ma se l’intensità e la durata dello stress superano la resilienza dell’ecosistema si possono manifestare danni anche improvvisi e a volte irreversibili. Come è avvenuto per esempio con il mercurio a Minamata in Giappone, dove lo scarico incontrollato di reflui industriali in una baia chiusa ha compromesso l’ecosistema e provocato danni alla salute su migliaia di persone a per diverse generazioni. Nelle nostre zone è presente un’anomalia geochimica di mercurio, estratto per secoli nella miniera di Idrija e tuttora trasportato lungo l’Isonzo verso il mare».

Gli inquinanti poi possono entrare nella nostra catena alimentare

«Una volta assorbiti dai piccoli organismi presenti nelle acque e nei sedimenti, i metalli entrano nel ciclo alimentare. Poiché non vengono espulsi, si concentrano nei tessuti e si amplificano, questa è la biomagnificazione, mentre si sale di livello nella catena alimentare, fino a raggiungere concentrazioni elevate nei grandi pesci predatori. Molti inquinanti, inclusi metalli pesanti che viaggiano in atmosfera come piombo e mercurio, sono ormai ubiquitari e vengono trovati anche in organismi provenienti da aree del mondo molto remote e prive di sorgenti di inquinamento dirette. Per esempio, in tutti i tonni del mondo rileviamo la presenza di mercurio, con concentrazioni che variano in base a specie e habitat.

Dipende in quali concentrazioni. La nocività dipende anche da quanto ne mangeremo di pesce contaminato. Meglio fare scelte consapevoli, variando il tipo di pescato che si consuma e preferendo pesci di piccola taglia (livello trofico) che hanno basse concentrazioni di metalli pesanti. Il pescato messo in vendita viene comunque sottoposto a controlli per la verifica del rispetto delle soglie dei contaminanti considerati più pericolosi: se ci sono sforament viene ritirato dal mercato. L’Adriatico ha bassi fondali ed è più facile ci sia uno scambio di inquinanti tra i sedimenti e la colonna d’acqua a causa della movimentazione delle navi. Inoltre, i fenomeni di anossia che si possono verificare in estate modificano le reazioni chimiche nel sedimento, favorendo un maggiore rilascio verso le acque rispetto alle condizioni normali».

I cambiamenti climatici possono amplificare gli effetti della dispersione nell’ambiente dei metalli pesanti?

«Lo stato di un metallo e la sua mobilità in ambiente dipendono da pH, temperatura, ossigeno disciolto che diminuisce all’aumentare proprio della temperatura del mare. E come già spiegato, l’anossia dei sedimenti del fondo innesca reazioni chimiche che favoriscono l’immissione di contaminanti nella colonna d’acqua. Temperature più elevate causano un aumento del metabolismo degli organismi, che potrebbe causare un aumento del bioaccumulo e della biomagnificazione. Inoltre, come dicevamo prima, l’impatto di diversi stressori può andare a sommarsi riducendo la capacità degli organismi di reagire e tornare ad uno stato di normalità».

 

Riproduzione riservata © il Nord Est