Mercalli sulle rinnovabili: «Servono regole chiare, no agli impianti nelle aree agricole»
Senza regole chiare «si rischia un nuovo saccheggio del territorio», ma per Mercalli rimane necessario affidarsi alle rinnovabili: «Bisogna realizzare il prima possibile impianti per produrre energia solare»

«La strada è quella giusta. Bisogna realizzare velocemente impianti per le energie rinnovabili. Ma il modo è quello sbagliato. Non ci sono regole chiare, e si rischia un nuovo saccheggio del territorio».
Luca Mercalli, 60 anni, climatologo e divulgatore scientifico, presidente della Società meteorologica italiana, non ha dubbi. Queste modalità di applicazione delle “energie alternative” possono produrre altri danni ambientali e nuovo consumo di suolo.
Gli ultimi casi riguardano l’installazione di grandi pannelli per l’energia solare nei campi agricoli, anche a ridosso di aree pregiate e della laguna. Energia solare richiesta anche per far funzionare il Mose, con un progetto non ancora realizzato.
Cosa non va, professore?
«Siamo nel caos più totale. C’è sicuramente la necessità di realizzare il prima possibile impianti per produrre energia solare. Ma in questo momento non ci sono certezze normative e linee guida che ci possano rassicurare. Dunque succede di tutto».
Secondo Lei è sbagliato realizzare gli impianti sui terreni agricoli?
«Il legislatore dovrebbe dire con chiarezza che vanno privilegiate le aree già costruite e cementificate. Che i terreni agricoli vanno lasciati per ultimi, quando non ci siano proprio altre possibilità».
Perché allora questa valanga di progetti con impianti da installare sulle aree agricole?
«Perché sulla terra è più facile, e costa di meno. Dove ci sono aree costruite ci sono ritardi, burocrazia. Non conviene. È stata approvata una legge che disciplina le aree da utilizzare a questo scopo. Le aree idonee le chiamano, ma ancora non si sa bene chi dovrà gestire. Credo che sia compito della politica gestire questa fase delicata. Per evitare che da cosa buona e giusta questa cosa diventi speculazione».
Lei cosa farebbe?
«Non si può sempre solo vietare. Occorre aumentare gli incentivi per chi costruisce impianti nelle zone già cementificate. Ridurre la burocrazia in quei casi, e preservare i terreni. Poi tra qualche anno si vedrà e si faranno le somme. Non bastava? Allora si apre anche alle aree agricole. Ma con molta prudenza».
Che significa?
«Che ad esempio i terreni agricoli non sono tutti uguali. Sono divisi in 8 classi di capacità d’uso. Si va dalle aree produttive agricole pregiate e fertili ai terreni desertici o sassosi della montagna. Anche qui si deve pensare a una serie di incentivi e disincentivi. Lo scopo è quello di individuare dove è opportuno sviluppare gli impianti e dove invece no».
Regole più strette dunque
«Certo, e soprattutto un quadro di insieme coerente. C’è chi dice no a tutto, come la regione Sardegna che ha vietato ogni impianto. Chi è troppo permissivo e fa passare tutto».
Ci dovrebbero essere le Soprintendenze che vigilano sulla bontà ambientale e paesaggistica dei progetti.
«La Soprintendenza è uno strano animale che andrebbe studiato a fondo. Ha un grande potere soggettivo, ma spesso questi soggetti non li vediamo. Bisognerebbe fare un grande convegno con i soprintendenti, gli ingegneri, i politici, gli architetti. E stabilire una linea chiara e trasparente».
Lei da dove comincerebbe?
«L’ho detto. Abbiamo migliaia di chilometri quadrati di territorio cementificato, fabbriche abbandonate, parcheggi. Comincerei da là. Non è che uno può trasformare un campo verde in una distesa di pannelli fotovoltaici quando vicino ci sono aree abbandonate già costruite».
Lei è ottimista su questo fronte?
«No. Sono tempi difficili. Noi climatologi siamo diventati bersaglio della rete. Offese, insulti. Anche sul clima ci sono i negazionisti. E se la prendono con gli scienziati che dicono la verità».
Tornando agli impianti, lei è potremmo dire favorevole con prudenza.
«A patto che si fissino prima le regole basilari, uguali per tutti. Criteri che devono essere rispettati e servono per preservare l’ambiente in una fase climatica sempre più drammatica e difficile».
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