Crescono gli impianti abbandonati e le località senza futuro: ecco come sta lo sci a Nordest
I dati del report Nevediversa 2026 di Legambiente. Tra Veneto e Friuli Venezia Giulia ben 38 strutture dismesse ma non ancora demolite

Su Alpi e Appennini salgono a quota 273 gli impianti sciistici dismessi mappati da Legambiente, 27 dei quali in Veneto e 11 in Friuli Venezia Giulia. Si tratta di strutture sciistiche non più in esercizio in modo definitivo da almeno dieci anni, indipendentemente dal loro stato di conservazione, e i casi nostrani più significativi sono quelli della seggiovia Col Tondo-Mietres a Cortina d’Ampezzo, ancora abbandonata in loco nonostante nel 2022 venne dichiarato lo smantellamento e dell’impianto Passo Tanamea a Lusevera, abbandonato nel 1976 a seguito del terremoto del Friuli.
Sul fronte dei 247 “edifici sospesi” censiti in tutto lo Stivale tra strutture ricettive, turistiche e altri siti dismessi o sottoutilizzati, 11 si trovano in Veneto e 14 in Friuli Venezia Giulia. Infine, dei 231 impianti sottoposti ad “accanimento terapeutico”, cioè che sopravvivono grazie a interventi economici straordinari e ripetuti, finalizzati a prolungarne artificialmente l’operatività nonostante evidenti criticità economiche, climatiche, ambientali o strutturali, il Veneto ne conta 12, tra cui quello di Alleghe, il Kaberlaba (Asiago) e quello del Nevegal. Fa meglio Friuli Venezia Giulia con solo 3 situazioni simili (le seggiovia della Pista Slalom – di Sella Nevea su tutte).

Quest’anno “Nevediversa” ha introdotto anche una nuova categoria di censimento, ovvero i “Luna park della montagna”, attrazioni ludiche in alta quota come piste tubing, bob estivo ecc., spesso integrate ai comprensori sciistici, che indicano forme di intrattenimento artificiale a impatto non sempre sostenibile sull’ambiente montano.
In Italia se ne contano 28, di cui 2 in Veneto e nessuno nel Friuli Venezia Giulia: l’esempio più emblematico è rappresentato dalla pista di plastica più lunga in Europa, lunga 300 metri e realizzata in Nevegal con 430 mila euro di investimento. Il Veneto inoltre conta 12 bacini per l’innevamento artificiale, i quali occuperebbero una superficie di oltre 55mila metri quadri (quasi 6 ettari). Più numerosi i bacini artificiali del Friuli Venezia Giulia. Sono 17 in totale, per una superficie totale che supera i 122 mila metri quadri.
L’impatto del riscaldamento globale
In Italia, nonostante l’aumento delle temperature, la fusione dei ghiacciai e una neve naturale che fatica ad arrivare, Legambiente stima che il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il “sistema neve”, lasciando alla riconversione dei vecchi impianti e alla destagionalizzazione del turismo solo briciole di risorse.
Eppure, quasi tutte le analisi dedicate specificamente all’arco alpino indicano che al di sotto dei 1.500 metri di altitudine non è più opportuno incentivare nuove infrastrutture sciistiche.
Qui il report completo
Anche la fascia compresa tra 1.500 e 1.800 metri è generalmente sconsigliata per nuovi incentivi, poiché presenta condizioni di sostenibilità sempre più incerte e fortemente dipendenti dall’innevamento artificiale. Pur non rappresentando una soglia rigida, secondo l’associazione ecologista questo parametro dovrebbe costituire un riferimento più cogente per le decisioni pubbliche, orientando in modo chiaro le politiche di investimento nel settore.
La neve naturale
Legambiente ricorda che sulle Alpi, stando ai dati Eurac Research, la stagione nevosa dura oggi 22–34 giorni in meno rispetto a 50 anni fa, con una contrazione di 10–20 giorni del periodo di copertura tra il 1982 e il 2020. Inoltre, si registra un calo superiore al 30% sia della profondità del manto nevoso sia dello SWE (Snow Water Equivalent), ovvero la quantità d’acqua immagazzinata nella neve e quindi la reale riserva idrica stagionale.
L’impatto delle Olimpiadi
Infine, una parte cospicua del report “Nevediversa” è dedicata all’impatto dei grandi eventi invernali e in particolare alle Olimpiadi Milano Cortina 2026, che si sono svolte in parte nel nostro territorio e che dal 2019 sono state attentamente studiate e monitorate da Legambiente in tutti gli aspetti economici, normativi, ambientali e sociali.

Ne emerge che il bilancio olimpico non è dei migliori: tra ritardi, costi elevati, opere faraoniche, mancate promosse, un lascito pieno di perplessità su cui l’associazione ritiene fondamentale aprire un confronto e una discussione che coinvolga tutti i soggetti interessati, dalle comunità locali, le associazioni e le organizzazioni di categoria fino agli enti regionali e nazionali per una valutazione finale condivisa e utile per un futuro che prenda atto della crisi climatica.
«Il riscaldamento globale – commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – dimostra come la riduzione della neve sulle Alpi e gli Appennini non sia un fenomeno episodico. La crisi climatica, che ha visto un 2025 segnato da temperature record, genera anche impatti diretti sulla disponibilità idrica, sugli ecosistemi montani e sulle attività umane legate alla montagna».
«Servono più azioni di adattamento al clima ma occorre anche orientare politiche e investimenti verso modelli di turismo più sostenibili e resilienti, capaci di ridurre la vulnerabilità dei territori montani e di garantire condizioni di vita sostenibili nel lungo periodo».
«I dati che emergono dal Veneto – dichiara il presidente regionale di Legambiente, Luigi Lazzaro – raccontano una montagna che sta cambiando più velocemente delle politiche pubbliche che la riguardano».
«Le Olimpiadi invernali non hanno aiutato, purtroppo, a valorizzare queste potenzialità, lasciandoci più perplessità che certezze. Superate le giuste gioie sportive, riteniamo necessario aprire una stagione di confronto e di scelte coraggiose per costruire un futuro più equilibrato, resiliente e giusto per i territori alpini e prealpini della nostra regione», conclude Lazzaro.
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