La cura del pianeta passa per la pace: il manifesto ecologista sollevato nel cuore di Udine

La Notte dei lettori riempie la duecentesca ex chiesa di San Francesco. Il dialogo serrato sulla transizione ecologica e sul peso economico del riarmo globale. Dal monito silenzioso delle 21.500 lapidi del Tempio Ossario ai capolavori di arte montana custoditi a Casa Cavazzini. La riflessione di Luca Mercalli

Luca Mercalli
Luca Mercalli ©Foto Petrussi
Luca Mercalli ©Foto Petrussi

Sabato 6 giugno a Udine ci sono 24 gradi, una temperatura ottimale dopo la vampata di caldo precoce di fine maggio. Il cielo è azzurro, cosparso di bianchi cumuli. Una giornata gaia e serena per parlare di crisi climatica nella duecentesca ex chiesa di San Francesco, dove sono stato invitato dal Comune per la Notte dei lettori.

Sono le 18.30 di un lungo pomeriggio estivo prossimo al solstizio, stasera c’è pure il concerto di Eros Ramazzotti e il raduno dei vigili del fuoco, non mi aspetto molto pubblico, peraltro in un momento di crescente indifferenza per i temi ambientali. Invece Udine risponde con entusiasmo, oltre 400 persone, la chiesa è piena e tocca aggiungere sedie. La conversazione con Paolo Mosanghini condirettore del Messaggero Veneto, è serrata e piena di stimoli, centrati sul tema dell’edizione della Notte di quest’anno: la cura.

Quindi cura del pianeta, della natura, del clima, e visto che siamo in una ex chiesa francescana, del creato, come sottolinea l’enciclica Laudato Si’ di papa Bergoglio. Ora, non ci si può prendere cura dell’ambiente continuando ad assecondare la sua distruzione da parte di un’economia predatoria. Ma soprattutto non si può accettare la distruzione pianificata e volontaria causata dalle guerre in corso e da quelle che si stanno seminando con la scandalosa corsa al riarmo di questi tempi di retromarcia morale.

Senza pace è illusorio occuparsi di sostenibilità ambientale, lo dice anche il numero 16 dei 17 obiettivi dell’agenda 2030 dell’Onu. Eppure a parlar di pace oggi sembra quasi ci si debba vergognare. Si passa per infantili, ingenui, visionari. Che la invochi ogni giorno papa Leone XIV non smuove le coscienze dei leader, impegnati a contare le divisioni militari di cui dispongono: 2 mila 887 miliardi di dollari spesi globalmente nel 2025 in armamenti ed eserciti, di cui 48 in Italia, e poi ci sentiamo dire che la transizione ecologica costa troppo, ma dai...

Allora penso che Udine ha qualcosa da dire al mondo. Città che ha visto i disastri totali della Grande Guerra e pure quelli della seconda. Città che custodisce un pianto silenzioso, ma incessante che si leva dai lucidi marmi del Tempio Ossario alla chiesa di san Nicolò Vescovo. Ci ho passato un’ora in dolente solitudine, circondato da 21 mila 500 lapidi con i nomi e cognomi di soldati annientati dalla follia bellicista del secolo breve. Vogliamo ricascarci? Piangono e gridano il soldato Masciadri Antonio, il sergente Maggiore Mastropasqua Guido, il sottotenente Mastropaolo Carmine, il colonnello Feruglio Giuseppe. Non fatelo di nuovo. Fermatevi finché siete in tempo! Esco frustrato: perché i nostri governanti che destinano così sbrigativamente i miliardi delle nostre sudate tasse alle armi, non vengono qui?

E non per celebrare anacronistici patriottismi ed eroismi, da tempo dissoltisi nel fango, nelle trincee, ma per sentire l’alito freddo della morte che esce da queste tombe, la brutalità cieca della violenza insensata, che nulla ha risolto dei problemi dell’uomo. Quei 21 mila 500 poveri resti umani ci chiedono di conservare con ogni mezzo la pace, non preparando la guerra, ma condannandola all’origine, come blasfema, temibile e ora pure impressionante dissipatrice di energia e risorse naturali, fonte di nuovo inquinamento e distruzione della natura.

A pochi passi dal severo ossario c’è Casa Cavazzini. Un museo vivo, variegato, pieno di bellezza. Per me che mi occupo di clima, mi sono goduto il “Paesaggio montano” dipinto nel 1894 sulle Alpi bergamasche da Guglielmo Ciardi, i tetti di Forni di Sopra coperti da una coltre di neve, ritratti in “Sera d’inverno” nel 1903 da Marco Davanzo, il panorama innevato di Sauris di Sopra, più di tre metri di base, che Giovanni Napoleone Pellis ritrasse nel Viatico in montagna del 1921-22 – allora nevicava ancora tanto – e dopo il freddo dell’inverno, mi sono raccolto di fronte al focolare in “Ospitalità montanina” del torinese Vittorio Cavalleri, 1897.

Ecco, la guerra può distruggere tutto. Un missile può polverizzare secoli di contemplazione della natura e delle cose più belle che la parte sana dell’umanità ha saputo creare. La cura, dunque; vê cure in lingua friulana: della vita, dell’aria, dell’acqua, dei suoli. E del tesoro dell’arte, della cultura, vero antidoto alla distruzione e alla pulsione di morte della macchina bellica. Udine mi ha fatto passare un weekend di pace in un clima di pace. Curiamo la pace, da qui gridiamolo forte al mondo, ora che siamo ancora in tempo.

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