Troppi crolli per il caldo sulle Dolomiti, l’allarme del Cai e degli esperti: «Evitare pareti nord e arrampicate»
Dopo i crolli sul Monte Pelmo, il Cai lancia l’allarme: lo scioglimento del permafrost aumenta il rischio di frane e distacchi sulle Dolomiti. Sconsigliate arrampicate ed escursioni sotto le pareti esposte a nord

Aumenta il pericolo crolli a causa del cambiamento climatico, basti pensare alle frane del Monte Pelmo di questi giorni, sempre più frequenti: per il Cai bisogna rinunciare alle arrampicate sulle pareti delle Dolomiti a Nord ma anche alle escursioni alla base delle stesse perpendicolari.
«Si sta sciogliendo il permafrost oltre i 2800, i 3000 metri e allenta la resistenza delle rocce che pertanto collassano» avverte Gianni Frigo, presidente del comitato scientifico del Cai. Da qui l’opportunità, con le temperature che si alzano sempre più, di approntare un piano di emergenza che preventivamente indichi le situazioni più a rischio. Tenendo conto del fatto che – come avverte il geologo Luca Salti – ogni anno in provincia di Belluno registriamo tra i 150 e i 200 fra crolli, distacchi, smottamenti e frane. E che di frane il territorio montano ne presenta ben 6 mila, sulle 9 mila censite in Veneto.
«Il crollo dalla parete nord del Monte Pelmo di giovedì» riferisce Frigo «era una previsione facile da fare, nel senso che con un mese e mezzo di temperature dallo zero termico a 4.500 metri, ci si doveva aspettare lo scioglimento di quel collante che chiamiamo permafrost. La parte variabile all’interno delle pareti si sta approfondendo sempre di più verso l’interno e l’effetto cementante dello stesso permafrost sopra i 3.000 viene meno anche sulle pareti non esposte al sole, quelle a nord. Da qui i distacchi continui, che in questi giorni sono stati numerosi dal “caregon del padreterno”. Per fortuna questa volta non c’era nessuno lungo il sentiero della Val d’Arcia, che peraltro è chiuso, ma che tanti continuano a frequentare lo stesso».
L’allarme
Frigo mette comunque in guardia dai possibili crolli lungo tutta la parete, «perché tutta è sui 3000 metri e quindi soggetta allo scongelamento del permafrost». Quindi anche la parete nord est, quella sopra il canale che scende verso il Rifugio Venezia. Con un’avvertenza. La salita al Pelmo per la via normale, quella del Passo del Gatto, si trova sul versante che scarica sistematicamente i materiali man mano che si producono, perché esposto a sud, sud-est.
Le pareti nord, grazie al permafrost, trattengono il materiale in quota, che invece rilasciano quando il ghiaccio si sciogli, magari con lunghe giornate di temperature alte. Per la verità, anche la parete nordest riceve luce, ma al mattino presto, quando la temperatura è ancora bassa, Una luce, quindi, che non riscalda. Pericoli analoghi a questi si possono trovare in altre montagne delle Dolomiti, a partire dall’Antelao, dal Marcora, da Sorapiss, dalle Tofane (anche se presentano una stratificazione suborizzontale e quindi il processo di scarico del materiale diventa meno problematico), lungo la Val Fiscalina, sul Civetta.
Quindi? «È necessario evitare assolutamente di passare sotto le pareti che hanno esposizioni settentrionali. Soprattutto se si passa sotto a cime che abbiano quote relativamente alte intorno ai 3000 metri. E questo perché, se le pareti sud si puliscono e da sempre scaricano poco materiale alla volta evitando collassi importanti, sulle pareti nord i crolli sono di interi accumuli di materiali che si scollano col permafrost che entra all’interno della roccia e libera la parte esterna».
Cambia la montagna
In taluni casi, ricorda Frigo, anche migliaia di metri cubi di roccia vengono giù rappresentando, quindi, un reale pericolo per chi si accosta alla montagna. Compresi gli alpinisti, «ai quali» puntualizza Frigo «io proprio sconsiglierei di salire in questo periodo».
L’overtourism ha rilanciato le Tre Cime di Lavaredo, con l’assalto ai sentieri, in particolare al celebrato anello. «Qui, per la verità, abbiamo una situazione un po’ diversa perché le Tre Cime essendo estremamente strapiombanti, almeno talune aree, scaricano il materiale mano a mano che si forma. Non ci sono accumuli che poi franano. Però la prudenza deve essere comunque massima».
Negli ultimi giorni le minime si sono abbassate, lo zero termico è tornato a volte sotto i 3000 metri. «Ma» chiarisce il presidente del Comitato scientifico, «non è la temperatura di oggi che è importante: è la temperatura accumulata nei giorni precedenti, perché lo strato di ghiaccio ha una sua inerzia allo scioglimento e quindi non risponde immediatamente all’innalzamento termico ma se questo persiste nel tempo la temperatura anche all’interno della roccia comincia a alzarsi, seppure più lentamente di quello che succede all’esterno, e il problema diventa proprio lo scioglimento del ghiaccio interno». Se, a parere di Frigo, la prudenza è d’obbligo, per chi cammina ai piedi delle perpendicolari a nord e per chi arrampica, un problema ulteriore è dato dalla cancellazione delle vie storiche.
«Il Civetta ha già scaricato parecchia roba e ci sono delle vie alpinistiche, che prima erano delle classiche ma che non sono più percorribili. Come pure sul Pelmo; la Simon Rossi è una di queste, lassù vi persero la vita i due volontari del Soccorso Alpino di San Vito di Cadore il 31 agosto 2011, travolti da da una frana durante un’operazione di recupero. Bisogna, insomma, prestare la massima attenzione agli effetti del permafrost anche sulle vie più classiche, specie se collocate a nord».
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