Marmolada, il ghiacciaio ai raggi x: ricerche con georadar e droni

Indagini sul grande malato. Individuati tre fattori di rischio: nuovi distacchi, indondazioni, frane che minacciano sia le vie di comunicazione che le zone frequentate da escursionisti e alpinisti”

Sergio FrigoSergio Frigo

Per chi ricorda la pratica dello sci estivo sulla Marmolada, qualche decennio fa, o percorre a piedi oggi la spettacolare Viel del Pan, tra il Passo Pordoi e il Lago di Fedaia, la bellezza del panorama sul ghiacciaio è fonte di nostalgia e di dolore: il degrado del manto ghiacciato appare infatti in tutta la sua evidenza, confermando le previsioni scientifiche che ne decretano la fine entro 15-20 anni.

Ma come sta avvenendo il processo, e con quali effetti di pericolosità per le comunità di montagna, per i milioni di turisti e alpinisti che frequentano la zona e per i lavoratori del settore?

Su queste domande si sta interrogando un Gruppo di lavoro glaciologico-geofisico delle Università di Parma e di Padova, con ricercatori dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, che nei giorni scorsi ha completato la campagna di misurazioni sul ghiacciaio di Punta Penia.

È lo stesso gruppo che negli anni scorsi ha ricostruito la dinamica e le cause del distacco di oltre 70. 000 mc di ghiaccio che nel luglio del 2022 sotto Punta Penìa provocò la morte di 11 persone e il ferimento di altre 7.

I dati raccolti negli ultimi mesi, con georadar multibanda su drone e da terra, permettono di guardare anche dentro lo spessore di ghiaccio residuo: “Le misure da drone assicurano una copertura spaziale ampia e sistematica – spiegano gli studiosi – mentre quelle da terra consentono di raggiungere profondità maggiori e risoluzioni più elevate. Grazie all’utilizzo di antenne a diverse frequenze è possibile esplorare l’interno della massa glaciale in modo non invasivo, restituendo un’immagine tridimensionale della struttura interna: geometria del substrato roccioso, variazioni dello spessore del ghiaccio, presenza e distribuzione di eventuali sacche d’acqua o strati saturi alla base, principale segnale di rischio per la valutazione dell’instabilità”.

Questi dati saranno ora elaborati per costruire modelli numerici della massa glaciale e valutare gli scenari di pericolosità, anche in previsione delle future ondate di calore, ma già sono evidenti tre categorie di rischio, tra loro interconnesse, che stanno crescendo con l’accelerazione del riscaldamento globale: in primo luogo si tratta di altri possibili crolli e valanghe glaciali, causati dal ritiro accelerato dei ghiacciai che lascia “settori isolati, assottigliati e termicamente instabili, sempre più soggetti a distacchi improvvisi e imprevedibili”; la seconda categoria di rischio sono le inondazioni da rotta di laghi glaciali: il ritiro dei ghiacciai lascia infatti dietro di sé bacini d’acqua trattenuti da morene instabili o da dighe di ghiaccio, la cui rotta improvvisa può scatenare ondate di piena e colate detritiche che raggiungono il fondovalle in pochi minuti, mettendo a rischio persone e cose; la terza categoria sono le frane e i crolli rocciosi per degradazione del permafrost: vaste porzioni delle pareti rocciose alpine sono infatti tenute assieme dal permafrost gelato, che funge da cemento naturale tra i blocchi di roccia.

“Il riscaldamento in quota sta disgregando questo legante – avvisano gli scienziati – e il risultato è un aumento significativo della frequenza di frane e crolli in quota, che minacciano sia le vie di comunicazione che le zone frequentate da escursionisti e alpinisti”. Dopo la campagna sulla Marmolada le stesse indagini geofisiche saranno estese all’Adamello, il più grande ghiacciaio delle Alpi italiane. —

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