Il Po in sofferenza: l’acqua del mare non defluisce

Il Grande Fiume è in magra e le tre barriere antisale sul Delta non sono sufficienti a fermare il cuneo salino. Le irrigazioni e l’agricoltura in difficoltà. Siccità e caldo non danno tregua

Sergio Frigo
Il fiume Po al confine tra il Veneto e l’Emilia Romagna (Gruppo Facebook Fotografiamo il fiume Po)
Il fiume Po al confine tra il Veneto e l’Emilia Romagna (Gruppo Facebook Fotografiamo il fiume Po)

La linea rossa, oltre la quale l’acqua del Po diventa salata, è appena a est di Ca’ Tiepolo, a una ventina di chilometri dal mare, ma più a sud, sul Po di Goro, arretra di altri cinque chilometri.

Sotto l’argine una piantagione di soia mostra ampie chiazze di piantine seccate dall’arsura, perché i canali di irrigazione sono asciutti.

Il Consorzio di bonifica del Delta infatti un mese fa ha dovuto chiudere tutte le derivazioni irrigue a valle, poiché l’acqua salata per le piante è letale.

Il Po in “magra”

«La genesi del cuneo salino è semplice – spiega Rodolfo Laurenti, direttore del Consorzio – Se il fiume ha una portata sufficiente, almeno 450 metri cubi al secondo a Pontelagoscuro, la sua acqua defluisce verso il mare; se invece è in magra come da un mese a questa parte (ieri era a quota 290 metri cubi al secondo , ndr) è l’acqua marina a risalirne il corso, e le nostre tre barriere antisale operative a Scardovari sul Po delle Tolle, a valle di Santa Giulia sul Po’di Gnocca, e quella sull’Adige prima di Rosolina Mare, non sono sufficienti a fermarla, perché realizzate in anni in cui queste quote non si potevano nemmeno immaginare».

Ora dunque per l’irrigazione si tampona con soluzioni di emergenza, con elettropompe volanti e prelievi a monte, dove l’acqua del Grande Fiume è ancora buona, oppure dai serbatoi naturali come il bacino da mezzo milioni di metri cubi di Volta Vaccari, ricavato nel 2023 isolando la vecchia ansa del fiume dal ramo settentrionale del Po di Pila, e che al momento disseta tutta l’Isola Camerini.

Ma i bacini per quanto grandi, se non sono rimpinguati dalle precipitazioni si esauriscono rapidamente, e la situazione degenera.

Irrigazioni in sofferenza

Gli effetti di tutto questo si vedono concretamente nei campi: «Sono in sofferenza – chiarisce Carlo Salvan, titolare di un’Azienda agricola a Frassinelle Polesine e presidente della Coldiretti veneta – le coltivazioni di riso, mais, girasole, barbabietole, e tutta l’orticoltura. Il problema, oltre alla siccità, sono naturalmente anche le alte temperature, che aumentano l’evapotraspirazione e determinano un rallentamento o un’accelerazione della fase di ingrossamento dei frutti – mele, pere, kiwi etc – con una riduzione della quantità prodotta e anche della qualità».

La testimonianza

Federica Vidali, che a 32 anni (e con una bambina di un anno) gestisce da sola un’azienda agricola di 35 ettari a Scardovari (il marito insegna all’Istituto Agrario a Rovigo e coltiva fiori e frutta a Grignano), mostra sconsolata le piante di girasole dei suoi campi, rinsecchite dalla siccità.

«Questo è il momento della fioritura, che determina la produzione, ma possiamo irrigare solo una parte della coltura a causa della chiusura delle derivazioni decretata dal Consorzio».

A salvarsi è il frumento, che è alla vigilia della trebbiatura, ma si preparano settimane difficili, spiega Federica, anche per l’erba medica e la soia.

«E va sottolineato che parliamo di piante resistenti alla siccità, ma se essa si presenta assieme a temperature alte e prolungate non ce la fanno neppure loro. Una volta producevamo anche mais, ora non più perché ha bisogno di tanta acqua, e abbiamo ridotto a mezzo ettaro anche la parte orticola, e per quella che rimane ce la giochiamo a seconda del meteo». Qualche chilometro più a nord se va un po’ meglio per l’Adige – che a Boara Pisani ieri trasportava poco più di 100 mc/s, dove il limite è di 80 – sono il Canal Bianco e il Gorzone a creare problemi: non a caso la Cia veneta nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme anche per l’agricoltura della Bassa Padovana, che rischia di trovarsi all’asciutto nel giro di una decina di giorni.

L’allarme per l’agricoltura

«A causa del deflusso ridotto le pompe fanno sempre più fatica a sollevare l’acqua – spiega il direttore del Consorzio Adige-Po Marco Volpin – e questo ci impedisce di alimentare i 1700 chilometri di canali che noi gestiamo tra Adige e Po, con gravi ripercussioni non solo per l’irrigazione, ma anche per tutti i servizi ecosistemici assicurati dall’acqua, dalla depurazione, alla qualità del paesaggio, alla ricarica delle falde».

Il mondo agricolo, ma non solo, ora scruta oltre al cielo gli umori degli altri competitor nell’uso dell’acqua, quelli che domani si riuniranno nell’ambito dell’Osservatorio Permanente sugli utilizzi idrici nel Distretto dell’Autorità di Bacino del Po.

Il dirigente Francesco Tornatore conferma l’intenzione di stringere sulle deroghe ai rilasci di acqua a monte (Piemonte e Lombardia) per assicurare più acqua a valle come richiesto dalla Regione Veneto e dalle categorie produttive, e di monitorare e ridurre i prelievi estemporanei, non controllati dai Consorzi di Bonifica.

Ma c’è da scommettere che la riunione, da cui deriveranno le decisioni dell’Autorità di bacino, sarà molto combattuta.

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