Così l’Ogs studia le bolle di Panarea per catturare l’anidride carbonica
Il laboratorio triestino sull’isola: l’obiettivo è arrivare a stoccare e riutilizzare la CO₂. Vellico: «Qui ricercatori da tutto il mondo»

Diversi chilometri sotto il fondale marino, intrappolata in rocce porose sigillate da strati impermeabili. È così che l’anidride carbonica industriale potrebbe trovare una dimora permanente, sottratta all’atmosfera per secoli. Ma come essere certi che non risalga in superficie?
La risposta arriva da un luogo dove la natura ci fornisce supporto: le acque di Panarea, dove le bolle di CO₂ che sgorgano dal fondale vulcanico sono diventate un banco di prova per tecnologie cruciali per le sorti della crisi climatica. È qui che l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale ha costruito uno dei laboratori più richiesti d’Europa.
Michela Vellico, dirigente tecnologo di Ogs appena eletta presidente della General Assembly di Eccsel Eric, l’infrastruttura europea per la ricerca su cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica, spiega il paradosso: «Questi preziosi laboratori naturali possono essere paragonati a un sito di stoccaggio che presenta fuoriuscite di CO₂: si possono quindi testare strumenti di monitoraggio in condizioni reali, simulando quello che non deve mai accadere».

Ogs ha attrezzato il laboratorio di Panarea di strumentazione scientifica di alto livello, inclusi robot subacquei per analizzare gli effetti della CO₂ su fondali ed ecosistemi marini. «Team di ricerca da tutto il mondo vengono qui» racconta Vellico.
Un secondo sito, a Latera nel viterbese, replica lo stesso modello sulla terraferma. I due laboratori sono nati nel 2013 grazie ai finanziamenti del Mur. Sono stati la chiave per l’ingresso dell’Italia nel consorzio europeo Eccsel Eric nel 2017.
Altri ricercatori di Ogs vi ricoprono ruoli chiave: Valentina Volpi collabora direttamente con la sede centrale alla gestione dell’Eric, mentre Cinzia De Vittor ne coordina il nodo italiano ed è la responsabile del laboratorio di Panarea.
Ma la ricerca triestina non si limita ai laboratori naturali. I colleghi di Ogs hanno mappato il sottosuolo italiano alla ricerca di siti dove stoccare CO₂: acquiferi salini profondi, giacimenti esauriti di idrocarburi, miniere di carbone dismesse. «Servono profondità di diversi chilometri, rocce con la giusta porosità per ospitare la CO₂ e soprattutto un sigillo impermeabile che impedisca al gas di risalire» spiega Vellico. I calcoli indicano una capacità significativa. Eni sta già sperimentando l’iniezione in un giacimento esaurito al largo di Ravenna.
Il carbon capture utilization and storage (Ccus) non è una soluzione universale. È una tecnologia complementare, destinata soprattutto ai settori dove abbattere le emissioni è più difficile: acciaierie, raffinerie, cementifici. «Sono i settori dove le alternative scarseggiano» precisa Vellico.
I regolamenti europei, dal Net Zero Industry Act all’Industrial Carbon Management Strategy, la riconoscono come tassello necessario. L’Ipcc la definisce “inevitabile” per raggiungere la neutralità climatica. L’Italia si posiziona terza in Europa per capacità di stoccaggio annunciata al 2030, con 4 milioni di tonnellate annue previste a Ravenna. Un report del Politecnico di Milano evidenzia la necessità di investimenti pubblici tra 1,6 e 3,1 miliardi annui.
Accanto allo stoccaggio si affaccia un’altra possibilità: riutilizzare la CO₂ catturata. Carburanti sintetici, materiali compositi, applicazioni industriali. «È un settore in rapida crescita», osserva Vellico. Le barriere principali del Ccus non sono tecniche o scientifiche. «L’expertise c’è – sottolinea Vellico –. Il problema può riguardare i costi, talvolta ancora troppo elevati». Il passaggio dalla sperimentazione agli impianti industriali richiede investimenti ingenti e scelte strategiche delle aziende.
Nel frattempo, Eccsel ha ampliato lo sguardo. L’infrastruttura ha esteso il proprio mandato allo stoccaggio di idrogeno, alla rimozione diretta di CO₂ dall’atmosfera e alla geotermia legata al Ccus. Da cinque Paesi iniziali si è passati a sette. «È un lavoro di squadra: uniamo le competenze per raggiungere obiettivi comuni» conclude Vellico. Dalle bolle di Panarea al sottosuolo profondo, la ricerca cerca risposte per moltiplicare le armi contro il riscaldamento globale.
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