La montagna di mezzo al Museo di Seravella
Il Museo Etnografico delle Dolomiti di Seravella a Cesiomaggiore: paesaggi, mestieri, migrazioni e culture della Valbelluna. Alcune postazioni multimediali restituiscono voci delle diverse vallate, con le sfumature dei dialetti bellunesi

Non è ancora montagna, ma non è più pianura: è dove il paesaggio si inclina, tra il Piave e le prime pendici del Parco delle Dolomiti Bellunesi. A sud di Feltre, lungo il margine della Valbelluna, il fondovalle resta aperto mentre i campi si piegano e si interrompono contro i primi boschi che risalgono i versanti. È qui che si incontra il Museo Etnografico delle Dolomiti di Seravella, località Cesiomaggiore poco fuori dal centro, e il suo spettacolare percorso che ricostruisce il rapporto tra ambiente, lavoro e vita quotidiana.
La sede
La sede è la villa ottocentesca appartenuta ai conti Avogadro degli Azzoni, che nei suoi tre piani ospita le esposizioni permanenti e negli edifici di servizio le mostre temporanee, la biblioteca, una sala conferenze e gli archivi.
Un complesso in cui, con sguardo antropologico, i materiali raccolti nelle diverse vallate del bellunese vengono letti senza indulgere al folklore per restituire pratiche comuni e differenze locali.
La visita

Si entra dalla dimensione domestica e alimentare della cucina, dove il cibo non è racconto ma pratica e le varietà locali rimandano a un rapporto diretto con il terreno. Mele, pere, ma anche fagioli e ortaggi restituiscono un sistema alimentare costruito nel tempo, mentre oggetti, immagini e film documentano le differenze tra area dolomitica e prealpina: da una parte paste ripiene, cereali e latticini; dall’altra polenta nelle sue molte varianti, minestre e una maggiore presenza di ortaggi e legumi.
E poi il percorso si concentra sul vivere il pendio, evidenziando le soluzioni con cui le comunità hanno abitato e lavorato su superfici difficili: l’adattamento degli insediamenti, le tecniche agricole e i gesti del lavoro, fino alla postura del corpo e ai modi di muoversi, lavorare e persino giocare su superfici inclinate.
In una sala dedicata all’inverno, dominata dal bianco delle fotografie d’epoca, slitte, sci e ciaspe non sono oggetti del tempo libero ma strumenti di lavoro, mentre attrezzi utilizzati fino a tempi relativamente recenti sono già reperti.
Al primo piano il percorso affronta anche gli spostamenti della gente di montagna, dalla fienagione all’alpeggio, fino alle transumanze e alle migrazioni che il museo racconta in lettere, memorie di viaggio, valigie e tracce di partenze che hanno attraversato l’Atlantico, soprattutto verso Brasile e America latina.
In questa trama si inserisce la storia delle balie da latte: giovani madri che lasciavano i propri figli in questa montagna di mezzo per raggiungere le città e allattare i bambini altrui. Un lavoro, certo, ma anche una rete di relazioni affettive che spesso duravano tutta la vita, come per la vicenda di Maria Canova da Mugnai di Feltre, balia di Luchino Visconti che a lei rimase legato profondamente.
Postazioni multimediali
Accanto ai beni materiali, trovano posto anche quelli immateriali: alcune postazioni multimediali restituiscono voci raccolte nelle diverse vallate, che fanno emergere le sfumature dei dialetti bellunesi; fiabe e leggende affiorano come presenze dello stesso sistema di vita, mentre il canto e la musica di tradizione orale costruiscono un paesaggio sonoro che accompagna quello fisico. L’ultimo piano è dedicato al rapporto con il mondo vegetale e animale, tra processi di domesticazione, terapie empiriche, sistemi di classificazione nati dall’esperienza e pratiche oggi in gran parte scomparse, legate a un equilibrio sottile con l’ambiente.
Attorno, oltre 4 ettari tra prato, bosco e campi estendono il museo fuori dalle stanze. In quella che fu una tenuta di roveri tutelata dalla Serenissima per le necessità dell’Arsenale, vi trovano oggi anche posto un campo didattico per la coltivazione di varietà tradizionali e un apiario-scuola che introduce alla vita delle api e alla produzione del miele nelle Dolomiti Bellunesi: una prosecuzione del percorso tra ambiente naturale e paesaggio culturale.
Un giardino con 300 esemplari di rose

Nel giardino che circonda il museo si possono ammirare oltre trecento esemplari di rose di più di duecento varietà.
Il roseto compirà trent’anni nel 2027: è stato costituito a partire dal 1997 senza acquistare piante, ma recuperandole in orti, canoniche, conventi e ville del territorio. Il cuore è una terrazza pensile con berceau panoramico sulla Valbelluna e le Dolomiti, che in maggio diventa un tripudio di colori e profumi.
Una mostra sulle slitte, tra gara e gioco
Fino al 30 aprile il Museo di Seravella ospita la mostra “La slitta fra tradizione, gioco e competizione”, che espone slittini tradizionali, modelli olimpici e paralimpici e materiali d’archivio valorizzando anche l’esposizione permanente e mettendo in relazione memoria, pratica e trasformazioni contemporanee. Il museo è chiuso a Pasqua (5 aprile) ma è aperto a Pasquetta (6 aprile). I prezzi: ingresso intero 5 euro, ridotto 3 euro.
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