Monte Grappa, sguardo plurale: i pascoli, gli orizzonti aperti e la memoria da custodire

Tra Brenta e Piave non c’è una cima soltanto: è un massiccio prealpino di dorsali, valichi, alture, pascoli e versanti, in cui Cima Grappa è il punto più noto e carico di memoria, dove la Grande Guerra incontra la vita della montagna

Marina Grasso
Veduta aerea del Sacrario
Veduta aerea del Sacrario

Si dice Monte Grappa, ma in realtà tra Brenta e Piave non c’è una cima soltanto: è un massiccio prealpino di dorsali, valichi, alture, pascoli e versanti, in cui Cima Grappa è il punto più noto e carico di memoria, non l’unico centro del racconto.

La Grande Guerra vi ha lasciato segni profondissimi, dal Sacrario alle gallerie, dalle trincee alle mulattiere; eppure la montagna non coincide con la sua ferita.

Intorno alla pietra della memoria si susseguono boschi, malghe, animali al pascolo, sentieri, salite dei ciclisti e decolli del volo libero, in un territorio dove biodiversità, comunità, lavoro agricolo, memoria storica e frequentazione responsabile compongono un equilibrio da custodire. Anche per questo, dal 2021, il Grappa è Riserva della Biosfera Unesco nell’ambito del programma MAB.

Prima di diventare simbolo nazionale, il Grappa era la montagna vissuta dagli abitanti della Pedemontana, che per secoli vi sono saliti per l’alpeggio, il bosco, il fieno, il lavoro nelle casere.

Monte Grappa, (foto G.C. da Ipa Terre di Asolo e Monte Grappa)
Monte Grappa, (foto G.C. da Ipa Terre di Asolo e Monte Grappa)

Di quella civiltà restano malghe, pascoli d’altura, fojaroli, antichi casolari con coperture di fascine di faggio, e una cultura materiale che in estate torna evidente anche nei sapori dei formaggi di malga come il Morlacco e il Bastardo del Grappa, e nel miele nato dalle fioriture di prati e boschi.

Alla fine dell’Ottocento il Grappa cominciò ad attirare escursionisti e pellegrini: proprio allora nacque il primo Rifugio Bassano, ancora oggi punto di riferimento a Cima Grappa, e nel 1901 Giuseppe Sarto, Patriarca di Venezia e futuro Pio X, inaugurò il Sacello della Madonnina salendo in vetta a dorso di mulo, unico mezzo possibile in una montagna ancora senza strade.

Poi, nel 1917, dopo la disfatta di Caporetto, il Grappa divenne l’ultimo baluardo difensivo prima della pianura veneta e in pochi mesi fu trasformato da montagna di lavoro, devozione e cammino in macchina militare della Grande Guerra: strade, mulattiere, trincee, baraccamenti e gallerie adattarono il massiccio alla permanenza e al combattimento di migliaia di uomini in quota.

Di quel cambiamento restano tornanti, camminamenti, ingressi nella roccia e tracce oggi rientrate nei percorsi tra prati e boschi.

Le diverse salite convergono nell’area di Cima Grappa, dove la memoria si incontra già alla Caserma Milano, sede del Museo storico della Grande Guerra; accanto all’edificio si apre l’ingresso principale della Galleria Vittorio Emanuele III: oggi se ne visita in sicurezza solo il primo tratto, sufficiente però a restituire la durissima vita militare dentro la roccia.

Da qui si sale verso il Sacrario, inaugurato nel 1935, che a quasi 1.800 metri raccoglie le spoglie di oltre 22 mila soldati italiani e austro-ungarici caduti nelle battaglie sul Grappa: la sua architettura appartiene al linguaggio monumentale del tempo e alla retorica celebrativa del regime, ma davanti ai loculi, ai nomi mancanti e alle urne comuni resta soprattutto lo sgomento per una perdita smisurata.

Costruito a gradoni sul versante sommitale, il monumento accoglie nella parte inferiore le spoglie dei caduti italiani; più in alto si trova il Sacello della Madonnina.

Da lì la Via Eroica corre verso il Portale Roma tra 14 cippi in pietra con i nomi delle cime e delle località teatro di battaglia, fino al settore dedicato ai caduti austro-ungarici.

Sopra il Portale, l’osservatorio e la planimetria bronzea aiutano a riconoscere nel paesaggio i luoghi della storia.

E dopo quella lunga conta di vite atrocemente spezzate, lo sguardo ritrova l’ampiezza viva della montagna: le dorsali del Grappa, la pianura veneta e, nelle giornate più limpide, i profili delle Dolomiti e il chiarore lontano della Laguna.

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