Allo psichiatra Crepet il Premio Hemingway: «Lasciamoci sconvolgere dalla bellezza»

Lo psichiatra e sociologo è uno dei vincitori del Premio Hemingway nella sezione “Avventura del pensiero”: «Fu un autore per me rilevante. Mio padre medico lo curò». Nel suo libro la via per ritrovare l’autenticità e l’anima

Gian Paolo Polesini
Paolo Crepet
Paolo Crepet

Siamo tecnologicamente avanzati, ma emotivamente impoveriti: la connessione estremizzata ci impedisce di ascoltare. Il culto dell’immagine e la continua esposizione pubblica stanno erodendo la nostra interiorità. A questo punto l’unico antidoto contro il logorio della vita moderna è “Riprendersi l’anima” (HarperCollins), come consiglia il professor Paolo Crepet nel suo ultimo saggio.

Lo psichiatra e sociologo è uno dei vincitori del Premio Hemingway nella sezione “Avventura del pensiero”. Lo si potrà ascoltare sabato, alle 17, al Cinecity di Lignano, in dialogo con Valentina Gasparet, curatrice di pordenonelegge.

Professor Crepet, Ernest Hemingway è un autore presente nella sua vasta libreria?

«Assolutamente sì. È stato uno scrittore rilevante per la mia formazione. C’è anche una curiosa vicenda familiare che mi lega a lui: mio padre medico lo ebbe in cura quando fu ricoverato in una clinica di Padova. Papà era il primo assistente del professor Pio Bastai e partecipò direttamente alla riabilitazione del romanziere, ma non parlava volentieri della sua professione, però - allora - qualcosa rivelò sottovoce. Ricevere questo riconoscimento è una coincidenza curiosa e pure romantica».

La domanda del suo libro sembra essere: che fine ha fatto l’anima? Ha qualche significato oggi riprendersela?

«Innanzitutto sarebbe importante ribellarsi. È un suggerimento, un’indicazione. Poi ciascuno è libero di scegliere, per carità. Non sono convinto che la maggioranza delle persone abbia davvero l’impulso di reagire. Molti ritengono che questo mondo contemporaneo abbia qualche difetto, certo, ma nel complesso vada bene così. Immagino siano in tanti a non percepire nemmeno il problema».

Quando abbiamo iniziato a perdere l’anima?

«Appena è comparso un certo concetto: il denaro è il fine e non il mezzo. Probabilmente è il nostro peggiore errore strategico».

Lei descrive una società sempre più connessa, ma anche più sola. Come siamo arrivati a questo paradosso?

«Ho recentemente letto un articolo con ricerche interessanti. Alcune di esse hanno evidenziato un nesso fra la diffusione degli smartphone e la fertilità. La natalità diminuisce praticamente ovunque, persino in Africa. La fertilità è un indicatore indiretto dell’emotività e delle relazioni. Se diminuisce la fertilità significa che diminuisce la sessualità e, più in profondità, la voglia stessa di relazione».

Anche le piattaforme nate per favorire gli incontri sembrano non produrre gli effetti sperati?

«Esatto. Pensiamo a Tinder. Si potrebbe immaginare che faciliti le relazioni, invece statistiche suggeriscono il contrario: aumenta gli incontri potenziali, senza però rafforzare la dimensione relazionale. È un fenomeno particolarmente evidente tra i giovani».

Questa trasformazione ha contribuito anche all’aumento dell’aggressività sociale?

«Gli indicatori sono impressionanti. Infertilità, odio, violenza, suicidi: molti fenomeni negativi risultano correlati all’incremento dell’uso degli smartphone e dei social. Il collegamento non è automaticamente una causa, ma il quadro complessivo è significativo».

È possibile immaginare un’inversione di tendenza?

«Credo di no. Non penso che questa generazione voglia davvero invertire la rotta».

Nonostante le preoccupazioni, lei continua a credere nell’uomo?

«Certamente, mi è comunque simpatico».

Che rapporto individua fra l’Intelligenza artificiale e quella umana?

«Paradossalmente intravedo una relazione dominata dall’invidia. L’Intelligenza artificiale è “invidiosa” dell’essere umano perché l’intelligenza umana è troppo libera, creativa e imprevedibile. È proprio questa libertà che il tecnocrate digitale fatica ad accettare».

Quindi il vero problema dell’AI non è la sua capacità di calcolo?

«No. La capacità di calcolo è straordinaria e utilissima. Il problema è un altro: quando si pretende di catturare e organizzare tutto, si rischia di soffocare proprio la parte più viva dell’intelligenza umana, quella che va controcorrente, che ironizza, fa satira e inventa. Sono aspetti che la cultura tecnocratica tende a tollerare poco».

Lei difende il concetto di viaggio come formazione.

«Certo. Quando sento criticare i giovani che scelgono altri Paesi per studiare o lavorare rimango sorpreso. Il viaggio è sempre stato uno strumento di crescita. Pensiamo a Goethe, Mozart, Byron. La cultura europea si è costruita anche attraverso questi percorsi. Muoversi non significa tradire le proprie radici, bensì arricchirle».

Quanto conta la cultura per contrastare le paure e le chiusure del nostro tempo?

«Moltissimo. Le grandi avanguardie artistiche europee, dal Bauhaus al Futurismo, hanno unito i popoli più di quanto abbiano fatto tante ideologie. La cultura aiuta a comprendere l’altro, a sviluppare un pensiero critico, a superare gli egoismi. Oggi circola più odio che pensiero, ma proprio per questo dobbiamo investire nuovamente nella cultura».

Suggerimenti per una vita migliore?

«Lasciarsi ancora sconvolgere dalla bellezza: un’opera d’arte, un libro, un concerto. Le grandi esperienze culturali cambiano le persone. È accaduto in passato e può accadere ancora. Dobbiamo tornare a cercare ciò che ci emoziona davvero, invece di accontentarci di un consumo superficiale di informazioni e immagini. Ci siamo falsamente saziati di contenuti, spesso manipolati. La sfida è tornare a distinguere ciò che è autentico da ciò che non lo è. La verità richiede fatica, attenzione e spirito critico. Ma senza questa ricerca rischiamo di perdere il rapporto con la realtà».

 

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