Carpediem, l’invenzione della vita
Diventa un film, diretto da Dellai, la storia del nefrologo vicentino Claudio Ronco che ha progettato una macchina per salvare i neonati con insufficienza renale grave

Immaginiamo un medico nato a metà del secolo scorso in un piccolo paese come Noventa Vicentina, e che diventa un luminare della scienza inventando la prima macchina per la dialisi neonatale. Ma è anche uno sportivo, che tiene in vista nel suo ambulatorio le mazze da hockey, con cui si allena al palaghiaccio di Asiago. Ogni tanto poi sale sul palco per suonare la chitarra con i Nomadi, essendone un fan oltre che un caro amico.
Ha una dimensione romanzesca la vita vera del nefrologo Claudio Ronco, oggi in pensione ma chiamato in tutto il mondo per conferenze cliniche e ancora ai vertici del Centro di ricerca sulle malattie renali dell’ospedale San Bortolo di Vicenza, dov’è stato primario, insegnando al contempo nella Facoltà di medicina all’Università di Padova.
Una figura che si presta naturalmente a diventare protagonista di un film, e a intuirlo è stato il regista Dennis Dellai, che in questi giorni sta girando Carpediem fra Thiene, Vicenza, l’Altopiano dei Sette Comuni e Budapest, città dove inizia la storia ispirata al libro scritto da Ronco.

Siamo durante un convegno internazionale, a cui il noto nefrologo sta partecipando, quando viene avvisato che in Italia c’è una piccola paziente da salvare. E solo lui potrà farlo, ma la posta in gioco è altissima. «Carpediem è l’acronimo di Cardio-Renal Pediatric Dialysis Emergency Machine», spiega Dellai, «la macchina progettata da Claudio Ronco per neonati con insufficienza renale acuta, e che nel film assume però anche il senso della celebre locuzione Carpe diem di Orazio, perché il climax del racconto è proprio l’attimo tra la vita e la morte, il momento in cui l’urgenza clinica di salvare una bambina con gravissime patologie induce all’utilizzo della minidialisi per la prima volta su un vero paziente.
Un punto cruciale che chiama in causa dilemmi etici e decisioni capitali, in questo caso non solo per guarire una neonata, ma anche per cambiare la storia della medicina. Carpediem ha avuto anni di sperimentazione ma non è mai stata messa alla prova con un caso reale, e trattandosi di una vita appena venuta alla luce, la scelta di Ronco pesa il doppio. La responsabilità che decide di prendersi definisce non solo lo scienziato ma anche l’uomo, con i suoi dubbi, fugati poi dalla fede nella sua invenzione».

Attimi che sembrano eterni e che aprono flashback come finestre sugli accadimenti personali e professionali che hanno portato Ronco a quel momento, da episodi segreti della sua infanzia ai contrasti con i dirigenti e i colleghi, che nel film, in una dinamica antagonistica, hanno posto non poche resistenze a questa invenzione così rivoluzionaria e incredibile, se consideriamo che i cateteri hanno il diametro di un capello.
«I fatti narrati risalgono al 2013», continua Dellai, «e coprono un arco temporale di circa un mese, da quando la bambina viene al mondo a quando sarà curata con la Carpediem, mettendo in evidenza soprattutto l’aspetto emotivo e umano della vicenda, senza togliere però aderenza assoluta agli aspetti clinici, grazie alla consulenza in fase di sceneggiatura e di riprese del dottor Ronco, che avrà anche un cameo nel film».
Il suo personaggio invece sarà interpretato dall’attore veronese Diego Facciotti (già nei thriller di Donato Carrisi L’uomo del labirinto e Io sono l’abisso e recentemente nel film Il marciatore, andato in onda per il Giorno del ricordo su Rai1), che dovrà vedersela con le opposizioni del direttore sanitario, alias Matteo Cremon (Un passo dal cielo 5 e Don Matteo 12, oltre a film come L’abbaglio con Ficarra e Picone), a cui si affiancano Elisabetta Bellini, Sofia Taglioni, Eleonora Fontana, Roberta Barbiero e Davide Dolores, con la partecipazione di Lodo Guenzi e Daniel McVicar.

Carpediem è realizzato da Progetto Cinema, una produzione indipendente, con il sostegno di un gruppo di imprenditori veneti e la collaborazione dell’Usl 7 Pedemontana, che ha messo a disposizione gli spazi per la ricostruzione del reparto pediatrico e della sala operatoria, location simbolo della storia. «Nella sala operatoria lo spettatore vedrà non solo la vera macchina Carpediem dell’epoca, che ci è stata concessa», chiude Dellai, «ma sentirà anche la paura, la speranza, il conflitto interiore di un medico che, nel film, come nella realtà, ha combattuto ostinatamente contro tutto e tutti.
E non perché gli interessasse far funzionare la macchina, ma perché voleva davvero salvare i bambini. Non ha voluto nemmeno brevettare la Carpediem, che viene ancora oggi usata in tutto il mondo, ma da cui lui non ha ricavato alcun guadagno. Una missione straordinariamente vocata al bene comune che va conosciuta e valorizzata». —
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