Cinema al cento per 100, ecco le nostre recensioni dei film in sala dal 11 giugno
Steven Spielberg torna alla fantascienza con “Disclosure Day”, ed è un gran ritorno. Carla Simón pesca ancora nel mare dei propri ricordi in “Romería”. Il cinema resiliente di László Nemes con “Orfano”. Convince l’esordio dietro la macchina da presa di Kristen Stewart con “La cronologia dell’acqua”

L’ossessione di Spielberg per gli incontri ravvicinati del terzo tipo trova la sua sublimazione in “Disclosure Day”. Una esperienza potente (con un finale clamoroso ed emozionante), un invito a non avere paura di ciò che non conosciamo. Elogio di una empatia che si fa verbo creazionista e salvifico di una umanità sull’orlo della terza guerra mondiale in cui si è smesso di ascoltare e di vedere.
Dopo “Estate 1993” e “Alcarràs”, la regista catalana Carla Simón attinge ancora alla propria infanzia e alle ferite personali per raccontare il viaggio della giovanissima Marina per ricostruire la vita dei suoi genitori biologici morti di AIDS (come accaduto, realmente, al padre e alla madre della regista). “Romería”, però, resta un film irrisolto e un po’ confuso, incapace di trovare la giusta distanza da un ricordo così intimo e traumatico.
László Nemes dirige “Orfano”, presentato lo scorso anno alla Mostra del Cinema di Venezia: storia adolescenziale, ambientata nella Budapest del 1957, subito dopo la repressione sovietica della svolta socialista di Imre Nagy. Ancora un’analisi delle esistenze sullo sfondo del secolo breve, in cui i singoli mostrano una resilienza fortissima alla vita e al suo dramma.
Per la sua opera prima da regista, Kristen Stewart si misura con un testo difficile, “La cronologia dell’acqua”: l’adattamento dell’autobiografia di Lidia Yuknavitch, una ragazza cresciuta in un ambiente distrutto dalla violenza familiare e dall’alcol, che sembrava destinata all’autodistruzione e al fallimento, finché la letteratura non le ha offerto una via di uscita definitiva. Stewart mostra una abilità e un’idea di regia non comuni in un’esordiente: sorprendente.
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Disclosure Day
Regia: Steven Spielberg
Cast: Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth
Durata: 145’
“Disclosure Day”, l’ultimo film di Steven Spielberg, lo si può affrontare in due modi. Con gli occhi anestetizzati da un immaginario fantascientifico sedimentato che attinge, prima di tutto, dall’intera filmografia del regista (rimanendone delusi).
Oppure abbandonandosi all’incanto di quell’ossessione che in Spielberg alberga da sempre: l’incontro ravvicinato del terzo tipo e, naturalmente, la magia del cinema. Questo secondo sguardo trasforma “Disclosure Day” in una esperienza potente (con un finale clamoroso ed emozionante), in un invito a non avere paura di ciò che non conosciamo.
Nell’elogio di una empatia che si fa verbo creazionista e salvifico di una umanità sull’orlo della terza guerra mondiale in cui si è smesso di ascoltare e di vedere. Ma per farlo sono necessari dei “traghettatori”: Margaret (Blunt: bravissima) e Daniel (O’Connor), rispettivamente una meteorologa di una emittente tv a Kansas City e un matematico unitosi ad un gruppo di attivisti dopo aver sottratto informazioni classificate sugli extraterrestri da una misteriosa multinazionale filogovernativa.
Sono gli inconsapevoli portatori di un dono (l’ingenuità nel fronteggiare la minaccia li avvicina alla coppia incosciente di “Sugarland Express”) all’alba del “giorno della rivelazione”: che non è, solo, quella drammaturgica e fondativa del film, ma ha a che fare, soprattutto, con il nostro modo di essere spettatori.
Di accogliere con l’innocenza di un Elliot questa nuova fantasmagoria che, certamente, risulterà familiare negli inseguimenti, negli artefatti alieni, nel bagaglio estetico che cita apertamente “Incontri ravvicinati” ed “E.T.”, nello “scivolamento” di Margaret dentro le anime degli altri. Ma la prospettiva deve essere diversa, lasciando che il film si riveli, appunto, in tutta la sua meraviglia, usando l’immaginario ufologico, complottista e roswelliano come un semplice trampolino per saltare più in alto e sintonizzarsi con la riflessione spielberghiana. Che sublima, nella cristologia aliena, temi portanti della contemporaneità: il linguaggio (la parola non basta più), il potere, l’uso stesso della macchina-cinema.
“Disclosure Day”, in ultima analisi, riguarda sempre l’umano e, dopo aver viaggiato in uno spazio siderale che mal si concilia con una egoistica visione antropocentrica, all’uomo stesso ritorna con l’unica chiave possibile per evitare l’estinzione. Quell’empatia che sgorga direttamente dal nostro essere stati bambini e sulla quale Spielberg, a 80 anni quasi compiuti, ha costruito tutto il suo strabiliante cinema. (Marco Contino)
Voto: 8
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Romerìa – Il mare dei ricordi
Regia: Carla Simón
Cast: Llúcia Garcia, Mitch Martín, Tristán Ulloa, Alberto Gracia, Miryam Gallego
Durata: 115’
È un film di sovrapposizioni il terzo lungometraggio della regista catalana Carla Simón, “Romería” il cui significato rimanda al concetto di festa popolare ma anche di indagine spirituale. Perché l’autrice attinge, ancora una volta (dopo “Estate 1993” e “Alcarràs”), alla propria infanzia e alle ferite personali per raccontare il viaggio della giovanissima Marina, partita alla volta di Vigo, in Galizia, per ricostruire la vita dei suoi genitori biologici morti di AIDS (come accaduto, realmente, al padre e alla madre della regista).
A questa prima, autobiografica, sovrapposizione, se ne aggiunge un’altra, di natura più cinematografica: nel leggere il diario della madre, Marina si identifica con quest’ultima sino ad assumerne le sembianze in un finale onirico e metaforico che interrompe, all’improvviso, l’incedere di un film, fino a quel momento, ancorato alla realtà. Quella della famiglia paterna (genitori, fratelli e nipoti del padre di Marina) che, nell’accogliere la ragazza, è costretta a fare i conti con un passato tragico di rimossi e rimorsi, di colpa e di vergogna per quei figli di una generazione falcidiata dall’eroina.
Marina si muove, silenziosa, con la propria macchina da presa (studia cinema; siamo ancora immersi nel tempo analogico del VHS) nel labirinto dei ricordi, cercando di comprendere e immaginare che vita abbiano vissuto quei genitori, quali desideri avessero e come quei sogni siano stati spazzati via, necrotizzati come vene avvelenate dalla droga. Simón non si allontana dai temi sin qui attraversati dal proprio cinema, in particolare il tempo e l’identità filtrati dalla esperienza e dai ricordi personali.
Ma se il precedente “Alcarràs” (Orso d’oro al Festival di Berlino del 2022) aveva un fascino materico e “terroso” e gocciolava umanità nelle tre generazioni di coltivatori di pesche minacciati dal progresso, con un incedere realistico, eppure lirico allo stesso tempo, “Romería”, pur partendo da uno spunto ancora più intimo ed emotivamente potente, sembra irrisolto fino a slabbrarsi nella lunga sequenza onirica, cedendo ad una “maniera” (anche nella suddivisione in capitoli con didascalie un po’ forzate) che, forse, è il risultato di una distanza difficile da mantenere nel racconto di qualcosa di così traumatico e personale.
Nel fondere queste due anime filmiche (quella della prima parte in cui Marina entra in punta di piedi nella dimensione reticente di una realtà che non vorrebbe essere risvegliata e quella della immedesimazione con un gatto a fare da traghettatore di mondi), “Romería” fatica a trovare proprio quell’identità di cui la protagonista va in cerca: troppo confusa e un po’ superficiale l’indagine all’interno della famiglia biologica (anche il motivo che porta Marina a riannodare i fili con il passato sembra molto debole); troppo fuori controllo la deriva metaforica che, sotto l’apparente libertà narrativa, nasconde una fragilità, anche di scrittura, che si avvita in una spirale di contemplazione distaccata che suona stonata, tanto più se confrontata con i lavori precedenti della regista che, qui, annaspa nel mare della Galizia, mentre, allora riusciva a trovare la magia nella campagna della propria infanzia. (Marco Contino)
Voto: 6
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Orfano
Regia: László Nemes
Cast: Bojtorján Barábas, Andrea Waskovics, Grégory Gadebois, Elíz Szabó, Sándor Soma, Marcin Czarnik
Durata: 132’

Presentato con discreto successo alla Mostra del Cinema 2025, “Orfano” racconta una storia adolescenziale, ambientata nella Budapest del 1957, subito dopo la repressione sovietica della svolta socialista di Imre Nagy. Dopo la rivolta contro il regime comunista, il mondo di Andor, un ragazzino ebreo cresciuto dalla madre con narrazioni idealizzate sul padre defunto, viene sconvolto quando si presenta un uomo brutale che afferma di essere il suo vero padre.
Perché Andor deve fare i conti con la propria vicenda familiare e con sé stesso, entrambi specchio dei tumulti del XX secolo nel cuore dell’Europa, ancora il tema del rapporto tra storia e memoria che ritorna, anche se non vissuta in prima persona dai protagonisti.
Lo sfondo di “Orfano” nasce dai ricordi della famiglia del regista, che ha attraversato le devastazioni dell’Olocausto e la tirannia del regime comunista, in particolare nei confronti del padre András Jeles, uno dei registi della nuova onda magiara: László Nemes, già autore di un esordio folgorante con “Il figlio di Saul” (2015), torna sul tema di un’infanzia negata e tradita con la storia di Andor, descrivendo sensazioni e mutamenti di un ragazzino che scopre che la realtà non corrisponde esattamente alla narrazione messa in piedi dalla madre.
Di fronte a questo shock Andor reagisce in modo brutale, dando sfogo alle sue ansie più feroci o violente, ponendosi il dubbio dell’eliminazione dell’intruso, diventando orfano una seconda volta, o di accettare la situazione e la propria molteplice e divisa identità. Ma il senso complessivo del film e del cinema di Nemes si conferma essere un’analisi delle esistenze sullo sfondo del secolo breve, in cui i singoli mostrano una resilienza fortissima alla vita e al suo dramma. Il suo stile narrativo, anche se svolto in modo più tradizionale e classico dei precedenti, mantiene un’eleganza formale anche quando ricorre al melodramma, confermando la specificità del suo cinema (Michele Gottardi).
Voto: 6,5
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La cronologia dell’acqua
Regia: Kristen Stewart
Cast: Imogen Poots, Thora Birch, Jim Belushi, Charlie Carrick, Tom Sturridge
Durata: 128’

Esordio importante alla regia di Kristen Stewart, l’attrice statunitense nota per il ruolo di Bella Swan nella saga di “Twilight” e più recentemente (2021) per aver interpretato Lady Diana in “Spencer” di Pablo Larrain: per il suo primo film dietro alla mdp ,Stewart non ha scelto certo una storia accomodante e glamour, ma ha optato invece per l’adattamento dell’autobiografia di Lidia Yuknavitch, una ragazza cresciuta in un ambiente distrutto dalla violenza familiare e dall’alcol, che sembrava destinata all’autodistruzione e al fallimento, finché la letteratura non le ha offerto una via di uscita definitiva.
“La cronologia dell'acqua”, seguendo l’autobiografico bestseller di Yuknavitch, ripercorre il percorso di Lidia alla ricerca della propria voce, esplorando come il trauma possa trasformarsi in arte attraverso la riappropriazione delle proprie storie di sangue, in particolare quelle vissute in modo unico dai corpi delle donne e delle ragazze.
Grazie anche alla bella prova di Imogen Poots, il film sviscera, con una modalità narrativa non consequenziale, la tragedia di Lidia, il rapporto violento e morboso con il padre, non privo di qualche riflesso da sindrome di Stoccolma (se non altro per non riuscire ad arrivare a odiare e denunciare il suo carnefice) e come questo dramma influenzi ogni altro rapporto umano di Lidia. Sangue e acqua sono di fatto i due elementi cardine del film, che si oppongono tra loro in chiave assolutamente opposta.
Se il primo è la conseguenza del dolore e della sofferenza, la seconda è la dimensione della riappropriazione del proprio corpo, il momento di libertà assoluta, il ritorno a una dimensione amniotica nella quale Lidia si immerge, cercando una purificazione lontana da raggiungere. Quella purificazione e distacco che invece la scrittura le permette di raggiungere, anche con successo editoriale, rimettendola nella dimensione della vita, anche filiale.
Kristen Stewart evoca, ma più spesso non nasconde, narra, descrive, lascia spazio a urla e lacrime, tormento e sangue, riso liberatorio e sorrisi complici, sesso e droga in una spirale di durezza esistenziale che si evolve positivamente nel tempo.
Ma mostra anche una abilità e un’idea di regia non comuni in un’esordiente, con movimenti di macchina, anche a mano, sicuri e originali, anche sotto il pelo dell’acqua, metafora evidente di una ricerca verso l’inconscio che l’attività terapeutica della parola scritta porterà a (parziale) compimento. (Michele Gottardi)
Voto: 6,5
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